Wi-fi a scuola, c’è chi dice no

di Ilaria Lonigro - 05.03.2014
Wi-fi a scuola, c’è chi dice no
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“Mettere il wi-fi nelle scuole rischia di tradursi in un suicidio sociale”. A parlare a West è Francesca Romana Orlando, vice presidente di Amica, l'Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale che da oltre 10 anni si batte per l'abbassamento dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici.

La nuova battaglia per la salute, infatti, si sta combattendo nelle scuole a colpi di modem e cablaggi. Il wi-fi tra i banchi fin dalla scuola primaria sta facendo discutere e sono sempre di più i genitori che, preoccupati dalle radiazioni, si uniscono in comitati per chiedere la sostituzione delle connessioni senza fili con quelle via cavo. Come è successo a Civitanova Marche un mese fa, quando l'assessore alla pubblica istruzione ha personalmente staccato il segnale del modem e acceso il sistema cablato nella scuola primaria.

“Le evidenze scientifiche – sostiene Francesca Romana Orlando - dicono che l'esposizione al wi-fi comporta dei potenziali rischi per la salute. Si dice che sotto i limiti di legge non ci sono pericoli. Ma non è così: i limiti di legge non tutelano la salute. Questo è lo scoglio più grande che i cittadini incontrano, ad esempio anche quando fanno causa contro i gestori dei ripetitori di cellulari. Gli effetti biologici si incontrano anche 10 volte al di sotto dei limiti di legge italiani perché questi tutelano solo dagli effetti acuti e termici, mentre i biologi sanno che le cellule hanno dei potenziali elettromegnetici interni che subiscono interferenze se esposte a campi esterni, anche molto deboli, senza che avvenga un riscaldamento”.

Intanto però sono migliaia le scuole che hanno fatto domanda di finanziamento per mettere la connessione senza fili. Solo per le scuole secondarie di II grado sono stati presentati 2.074 progetti in tutta Italia e 1.554 sono quelli ammessi dal Ministero dell'Istruzione. Per il 2013 e il 2014 il Miur ha stanziato 15 milioni di euro per il wi-fi tra i banchi. Ma per l'Ocse non è abbastanza: servirebbe almeno il doppio dei soldi per mettere l'Italia al passo con altri Paesi come la Gran Bretagna. L'Organizzazione per la cooperazione e lo Sviluppo Economico ha esortato a trovare i finanziamenti pure tra i privati.

Ma gli attivisti non ci stanno. “Stiamo facendo una campagna di misurazione nelle scuole e nelle biblioteche dove c'è il wi-fi in varie città. Finora non abbiamo osservato dei superamenti dei limiti di legge, ma questo non significa che non ci siano effetti biologici. I limiti di legge, infatti, si riferiscono ai picchi di esposizione e non alla banda occupata, che nel caso del wi-fi è piuttosto ampia, proprio per consentire di trasportare dei dati. Altri studi destano preoccupazione. Nel 2011 – continua la vice presidente di Amica - abbiamo conosciuto i ricercatori dell'Università di Atene del Dipartimento di Biomagnetismo. Hanno fatto uno studio che ha evidenziato come i topi esposti al segnale wi-fi perdano la memoria e manifestino confusione spaziale: gli stessi sintomi delle persone elettrosensibili”.

Ed è proprio per il riconoscimento dell'elettrosensibilità che la sua associazione si sta battendo. “Negli ultimi due anni – racconta Orlando - siamo stati contattati da numerose persone che stavano benissimo, poi dopo l'arrivo del wi-fi nel loro posto di lavoro, all'improvviso iniziano ad accusare mal di testa, insonnia, confusione e senso di disorientamento. Non è una sintomatologia facilmente oggettivabile e quantificabile, ma si tratta a tutti gli effetti di una perdita di qualità della vita. È una reazione psicofisica all'esposizione a campi elettromagnetici di cellulari e altre tecnologie senza fili, come il wi-fi. Invece di toglierlo per il principio di precauzione, lo mettiamo sempre più spesso nelle biblioteche e nelle scuole, ambienti dove si dovrebbe star bene per apprendere. Persino l'Assemblea Plenaria del Consiglio d'Europa nel 2011 raccomandava di ridurre l'uso del wi-fi ricordando che la radiofrequenza è stata classificata dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro come 'possibile cancerogeno' per l'uomo".

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