Un cervello in fuga spiega perché non è in fuga

di Beatrice Credi - 29.05.2017
Un cervello in fuga spiega perché non è in fuga
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Su Internet mi ero fatta l’idea che avrei incontrato una di quelle donne che sanno il fatto loro. In effetti, quando in un giorno di raro caldo brussellese, mi sono trovata vis-à-vis con Valeria Ronzitti, Segretaria Generale del CEEP, ne ho avuto conferma. Nel nostro incontro, svoltosi quasi in contemporanea con il “rumoroso” arrivo in città di Donald Trump, noi abbiamo fatto finta di niente per parlare di tutt’altro.

D. Valeria, come prima cosa, vorrei spiegassi ai lettori di West cos’è e cosa fa l’organizzazione di cui sei Segretaria Generale ?

R. Il CEEP rappresenta i datori di lavoro e le imprese europee che forniscono servizi pubblici di interesse generale in settori come la salute, l’educazione, l’ambiente, i trasporti, l’acqua, l’energia. Ma, conoscendo i temi di cui si occupa il tuo giornale, vorrei richiamare l’attenzione su un nuovissimo progetto cofinanziato dalla Commissione Europea in partenariato con ETUC (la confederazione dei sindacati europei) ed Eurochambres (le camere di commercio europee): LABOUR INT. Che ha un obbiettivo molto ambizioso: l’integrazione dei rifugiati nel mercato occupazionale. I datori di lavoro dei servizi pubblici hanno un ruolo essenziale per dare occupazione ai richiedenti asilo ed integrarli nella società. Poiché l’invecchiamento demografico colpisce anche i servizi pubblici, l'arrivo di questi homines novi  rappresenta una formidabile chance per rinnovare il personale dei settori più in crisi. Non so se è solo una coincidenza oppure sono gli italiani che hanno una spiccata sensibilità su questi difficili problemi. Sta di fatto che a capo delle organizzazioni coinvolte ci sono tre italiani: Luca Visentini,  Arnaldo Abruzzini e la sottoscritta.

D. A proposito di italiani, come sei arrivata a Bruxelles?

R.  Sono il classico caso di “intrappolata a Bruxelles”. Arrivata nel 2003 per uno stage di tre mesi, sono ancora qui dove ho pure messo su famiglia. La verità è che l’estero non mi era estraneo visto che avevo fatto l’ultimo anno e mezzo del liceo in Francia. Ed essendo padrona del francese ho avuto poca difficoltà ad insediarmi in città.

D. Ti consideri o ti senti un cervello in fuga? 

R. Sì e no. Non volevo fuggire, ma fare un’esperienza breve, una pausa intellettualmente rigenerante prima di iniziare un Master. Ma sono arrivata al CEEP e non mi sono più spostata. Qui ho avuto opportunità che difficilmente avrei avuto così velocemente in Italia e gli eventi si sono concatenati. Dalla sostituzione temporanea di un collega, che poi non è più tornato, sono passata a occuparmi di politiche sociali e macroeconomiche, diventando Direttrice e infine Segretaria Generale. Anche se certamente la sorte mi è stata amica, voglio segnalare e ricordare, a differenza di quanto spesso si sente dire in Italia, che gli stage sono importanti e possono rappresentare un formidabile trampolino professionale.

D. Senti di aver portato via ricchezza e risorse all’Italia lavorando da anni all’estero?

R. Sinceramente la comunità italiana a Bruxelles è oggi formata da tanti giovani che poi tornano. Che significa togliere? Dipende poi come il Paese sfrutta questa ricchezza, che è un’opportunità, come riesce a riprendere lavoratori formati e con esperienze diverse. Quando vado a riunioni in Italia purtroppo c’è ancora assoluta mancanza di consapevolezza di quello che, per esempio, a Bruxelles viene fatto anche per il nostro Paese. L’Europa è sempre vista come qualcosa da subire e non come un’opportunità da cogliere. Lo dico con un pizzico di rammarico. Soprattutto quando sento qualcuno che continua a chiedere  ma chi è Bruxelles?”. Bruxelles siamo tutti noi.

D. Cosa manca principalmente per tornare?

Politiche di work life balance. Sono sposata con un italiano, i nostri figli sono nati qua ma sono italiani, se entrate in casa nostra c’è l’Italia: televisione, lingua, cultura. Ci siamo posti delle domande che finché siamo stati soli non ci siamo posti. Vogliamo davvero che i nostri figli crescano qua? In Italia ci si rende poco conto che tutti questi aspetti fanno in modo che la si veda ancora come una ricchezza, ma mancano i servizi di supporto alle famiglie. Ho avuto a che fare con una donna davvero importante a capo di un’organizzazione altrettanto importante in Italia, parlando delle nostre esperienze mi ha detto meno male che ci sono stati i nonni”. Trovo l’affermazione grave. Da un posto di responsabilità si deve combattere affinché ci siano servizi tali per cui una donna, grazie ad una rete “di protezione” (non quella dei nonni), anche se ha  responsabilità di vertice  possa lavorare senza affanno guardando di continuo l’orologio. Per quanto mi riguarda posso dire con certezza che quello che faccio qui difficilmente avrei potuto farlo, con la stessa serenità, altrove. Ho potuto mandare i miei figli all’asilo nido quando avevano, rispettivamente, 6 e 5 mesi. Senza dimenticare la non piccola facilitazione di usufruire di personale paramedico direttamente a casa quando stanno male. Quando lo racconto a casa in Italia sai qual è l’obiezione: “ma ti fidi?”. Ma se non ti fidi i servizi a che servono?.

D. Donna, mamma e con un incarico di vertice. Incontri molte come te tra i partner del CEEP?

R. Molte di più da qualche anno grazie alle quote. Ma essere in un consiglio di amministrazione non vuole necessariamente dire “essere a capo”, per esempio, si può essere presidente di un’azienda senza avere alcuna delega. Io personalmente sono contraria. Nella mia carriera non ho mai avuto la sensazione di essere discriminata in quanto donna. Questo dipende anche dall’ambiente di lavoro di Bruxelles. L’infrastruttura attorno a me ha fatto sì che non abbia mai “pesato” sul luogo di lavoro anche durante le mie due maternità. Non ho mai avuto problemi, tanto che ho sempre pensato: sono tutte storie. Purtroppo quando invece ho a che fare con i nostri connazionali ritorna la sensazione che ci sia davvero un problema di gender balance. Vedremo allo scadere del tempo fissato per le quote in Italia dalla legge che le aveva introdotte, la Golfo-Mosca, se avranno contribuito a cambiare la cultura aziendale o sono restate sulla carta.

D. Vedi molte realtà imprenditoriali. A proposito di servizi per le famiglie, cosa pensa di quelli all’interno delle imprese, tipo i nidi aziendali?

R. Intanto parliamo solo di grandi realtà. E sono convinta che non spetti all’azienda dare questo tipo di servizio. Quella che va spinta è l’infrastruttura pubblica, è un dovere dello Stato che può poi delegare a un privato. L’azienda che ha il nido sopperisce a qualcosa che non c’è. Non siamo particolarmente a favore di queste pratiche, sono lodevoli ma non devono diventare la regola e assolvere lo Stato dalle sue mancanze.

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