Sulla vita del malato di Sla decide il giudice

di Roberta Lunghini - 06.12.2016
Sulla vita del malato di Sla decide il giudice
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In Italia, il giudice può imporre ai sanitari di interrompere i trattamenti di sostegno vitale al malato di Sla che lo chiede. E, in caso il paziente non dovesse più essere in grado di comunicare o intendere e volere, il suo amministratore di sostegno ha facoltà di esigerlo al posto suo. Così il Tribunale di Cagliari ha disposto il distacco del respiratore artificiale, previa sedazione sufficiente ad evitare dolori, per l’uomo affetto da sclerosi laterale amiotrofica completamente dipendente dai macchinari, che reclamava il suo diritto al rifiuto delle cure. Nel documento, infatti, si legge che, essendo la dignità umana inviolabile, ogni terapia per essere praticata necessita il consenso dell’individuo, che può opporsi anche se il suo dissenso determina “un pericolo potenziale o reale per la propria vita”. Il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, quindi, anche quando conduce alla morte, non va confuso con l’eutanasia. Ovvero con un comportamento che intende abbreviare la propria esistenza, causando positivamente il decesso. Ma si tratta in realtà di una scelta da parte del malato affinché la patologia di cui soffre segua il suo corso naturale.

Pubblicato in Eutanasia, SLA.
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