Perché la Scozia indipendente non ha futuro

di Michela Maisti - 04.03.2014

Un referendum alle porte. E una crescita economica che per ora è solamente annunciata sulla base degli eventuali profitti dall’estrazione del petrolio nel Mar del Nord. La Scozia, che il prossimo settembre si candida all’indipendenza dal Regno Unito, è uno dei pochi casi europei – a differenza di quello catalano ad esempio – di regioni che chiedono l’indipendenza senza essere affatto ricche. Si presenta infatti all’appuntamento coi conti non proprio in ordine. Soprattutto sotto il profilo occupazionale.

L’operazione “maquillage” scozzese, che prometteva nuovi investimenti nel settore dei servizi finanziari con incentivi alla crescita di cultura e intrattenimento, al momento è come una nave che affonda. E di navi, prima che decidessero di lanciarsi in investimenti di altra natura, a Glasgow ne sapevano fare. Se è vero che dal 2003 nella città che è stata per anni la “capitale economica” del paese sono stati creati più di 23.500 posti di lavoro e che il nuovo Distretto Finanziario inaugurato nel 2001 ha dato occupazione a 15.500 persone, si deve anche notare che si tratta di una “crescita” a macchia di leopardo. Secondo i dati dell’ufficio nazionale di statistica scozzese infatti, nella sola città di Glasgow i senza lavoro nel 2012 erano il 30%.

Come se nel cuore pulsante della Scozia si replicasse – in più ridotte proporzioni – il trend di un’Europa a due velocità. Una città, Glasgow, che pare contenerne due. Da una parte il business di una classe dirigente impegnata a mostrare la sua faccia migliore e ad arrivare senza intoppi all’edizione 2014 dei Commonwealth Games in programma il prossimo luglio. Dall’altra, migliaia di persone tagliate via dal mondo del lavoro. Assieme (anche) ai tagli alla storica industria delle costruzioni navali. Complici commesse britanniche concordate e poi ritirate per non far gioco ai fautori del referendum per l’autonomia dalla Regina. Al netto delle considerazioni – filoindipendentiste o no – quel che resta sono i dati disarmanti sull’occupazione: dal 7% del 2008 all’11.2% del 2012. E non è tutto.

Secondo il report britannico “Cities Outlook 2014” pubblicato di recente, la città scozzese è fra le peggiori 10 del Regno Unito in termini di decrescita del tasso occupazionale (-1,5% in un anno). La reputazione peggiora, poi, se si dà un’occhiata alle opportunità di lavoro create dal settore privato (- 2% in due anni) e quello pubblico (- 4%). A crescere, in Scozia, per il momento sono solo le disuguaglianze. Nonostante le rassicurazioni di chi sostiene che “la diversificazione economica consente ai disoccupati il rientro nel circolo produttivo”. E con buona pace dei leader del Partito Nazionalista Scozzese che ha promosso il referendum per l’indipendenza lo scorso novembre.

Nel “libro bianco” presentato a sostegno dell’autonomia, si allude a una rinascita vigorosa dell’economia scozzese. Non solo: si testimonia la solidità finanziaria del paese. E si fa una promessa: incentivi all’occupazione e garanzia di un salario minimo per tutti, da adeguare all’andamento inflazionistico. Paul McLaughlin (dell’associazione filantropica WestGap) e molti di quelli che come lui che ogni giorno lavorano in strada a contatto con i nuovi poveri di Scozia, l’annunciata ripresa la stanno ancora aspettando. Che dipenda da un “sì” o da un “no” al referendum di settembre.

Pubblicato in Famiglie povere.
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