Non facciamo di tutti i populisti un fascio

di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli - 23.05.2014
Non facciamo di tutti i populisti un fascio
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Le imminenti elezioni europee vedono una sfida dei ‘populisti antieuropei’ al progetto d’integrazione. Non hanno un programma comune definito: sono accomunati dalla sola contestazione alle strutture istituzionali dell’Unione e alle sue politiche, soprattutto quelle economiche.Per i critici, si tratta di una contestazione sterile e semplificatoria. I populisti parlerebbero alla pancia piuttosto che alla testa della gente, proponendo soluzioni comode e de-responsabilizzanti. In parte, queste analisi colgono nel segno. Tanto più se si considera che alcuni populismi possono degenerare in pericolose avventure plebiscitarie e in derive xenofobe.

Le analisi antipopuliste sono però insoddisfacenti. Alla caricatura della ‘gente’ – disinformata, pigra, avida – queste analisi contrappongono l’expertise, la buona volontà e il disinteresse delle élite politiche e dei tecnici. Secondo queste analisi, il problema principale è di comunicazione tra le istituzioni e i cittadini. Eppure si può argomentare che queste élite siano le stesse che da almeno trent’anni gestiscono i paesi europei, spesso a vantaggio delle oligarchie economico-finanziarie.

Un report dell’OECD mostra come in tutti i paesi dell’organizzazione ci sia stata dal 1981 al 2012 una crescita sproporzionata dell’appropriazione del reddito nazionale da parte dell’1% più ricco. Quando si va a guardare la ricchezza complessiva, la crescita delle disuguaglianze è anche maggiore, come ci insegnaThomas Piketty. Un report di Transparency International mostra come la democrazia rappresentativa incompiuta delle istituzioni europee sia particolarmente influenzabile dagli interessi privati e dall’attività di lobby formale e informale dei più ricchi. Mentre un’analisi dell’IMF argomenta che politiche redistributive generose verso i meno abbienti non siano freni alla crescita. Dietro i numeri stanno ovviamente le sofferenze e la mancanza di lavoro e prospettive di molti.

È in questo contesto che la reazione populista può diventare una risorsa per la democrazia. Si tratta di contrastare quei meccanismi che saldano le élite politiche e i tecnocratialle oligarchie economico-finanziarie, meccanismi amplificati dall’architettura elettorale-rappresentativa, la quale spesso ‘estromette il popolo dal potere’, come ammise James Madison, uno dei padri fondatori della costituzione americana.

L’uguaglianza politica è minacciata dall’estremizzarsi delle disuguaglianze e occorre pensare a soluzioni che possano fungere da contropotere democratico. Non tutti i populismi hanno lo stesso potenziale democratico, ovviamente. Ci possono essere populismi xenofobi e non-xenofobi, plebiscitari e non-plebiscitari. L’esempio di OccupyWall Street, col suo We are the 99% che contrappone la gente comune alle oligarchie, è interessante proprio perché si tratta del tentativo, ancora in fieri, di elaborare un populismo non-xenofobo e non-plebiscitario, che contribuisca alla democratizzazione della società.

Secondo gli analisti antipopulisti, la soluzione dei problemi della UE si può trovare nel compimento della sua architettura rappresentativa ed elettorale. Tuttavia questa soluzione non fa che riprodurre su scala continentale l’incapacità delle democrazie nazionali di contrastare le oligarchie e le lobby, incapacità ingigantita dalla distanza ancora maggiore che c’è su scala europea fra i cittadini e i loro rappresentanti.Per democratizzare l’Unione occorrerebbe invece escogitare soluzioni istituzionali diverse, che permettano per esempio ai più di mettere il veto alle decisioni politiche quando queste portano avanti gli interessi delle oligarchie.

Nella storia recente dell’Unione, il ricorso a strumenti non rappresentativi di veto è stato fortemente scoraggiato o ignorato. I pronunciamenti popolari sulla Costituzione Europea in Francia e Olanda sono stati accolti con sdegno dalle élite europee. La proposta di referendum sul salvataggio greco ha provocato reazioni scomposte nelle stesse élite. Queste reazioni testimoniano l’utilità e la vitalità di alcuni spunti populistici. Gli spazi di contestazione democratica, piuttosto che essere temuti e soffocati, vanno ampliati. Ce lo chiede l’Europa, non quella delle élite politiche e delle oligarchie economiche, ma quella della gente comune e di coloro che hanno a cuore il futuro della democrazia nel nostro continente.

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