Non amare gli immigrati è legittimo, prendersela con i bambini no

di Guido Bolaffi - 19.06.2017
Non amare gli immigrati è legittimo, prendersela con i bambini no
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In democrazia litigare per errore è sempre sbagliato. Perché, come ad esempio è accaduto in questi giorni per la modifica delle norme sulla cittadinanza ai figli degli immigrati, anziché far capire al comune cittadino cosa si discute e come stanno le cose, si finisce solo per confonderlo ed allarmarlo. Un sbaglio che gli oppositori del provvedimento in discussione al Senato avrebbero potuto tranquillamente evitare visto che esso non cambia né tanto meno stravolge le norme generali sulla cittadinanza, oggi in vigore, spalancando, come da loro denunciato, le porte all'invasione straniera. Ma si limita a correggerne, per quanto riguarda i minori, due punti messi “fuori corso” non solo dal tempo ma dal buon senso. Vediamoli, allora, uno alla volta.

Primo punto: secondo il nuovo disegno di legge “acquista la cittadinanza per nascita chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età l’interessato può: a) rinunciare alla cittadinanza acquisita, purché in possesso di altra cittadinanza; b) fare richiesta all’ufficiale di stato civile di acquisire la cittadinanza italiana, ove non sia stata espressa dal genitore la dichiarazione di volontà.

Per valutare il significato, le ragioni e la portata di quanto appena letto vediamo cosa dice, al riguardo, la legge attuale (n.91 del 1992): “lo straniero che sia nato in Italia può diventare cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età e dichiari, entro un anno dal compimento della maggiore età, di voler acquisire la cittadinanza italiana.” Abbiamo volutamente segnalare in grassetto l’avverbio ininterrottamente perché è questo che oggi, giustamente, si propone di cambiare. Non solo per evitare, come più volte accaduto, che un studente figlio di immigrati, in gita all’estero con i compagni di scuola,  possa essere bloccato e rimandato a casa, in base alle norme Schengen,  perché  non italiano ma extra comunitario come i suoi genitori. Ma soprattutto per il “perfido” e punitivo irrealismo di una norma in base alla quale, ad esempio, un semplice viaggio per conoscere i nonni nella patria dei genitori, o una vacanza con gli amici  oltre confine, interrompendo i termini, imporrebbe anche al più disponibile funzionario degli Interni di respingere la domanda e di negare la possibilità di diventare nostro concittadino ad un giovane figlio di immigrati.

Secondo punto: il provvedimento in discussione aggiunge: ”acquista la cittadinanza italiana il minore straniero che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente ai sensi della normativa vigente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso.” Fatto salvo che è difficile non essere d’accordo, con questa proposta si superano due difficoltà. La prima, che tra due fratelli di una stessa famiglia possa diventare italiano il minore, perché nato in Italia, e non il maggiore venuto al mondo prima che i genitori si mettessero in viaggio verso il nostro paese. La seconda  di continuare a concepire la cittadinanza come un’eredità genitoriale anziché un merito per raggiungere la quale studiare fa rima con meritare.

Pubblicato in Cittadinanza.
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