Gay donatori di sangue: cosa c’è dietro il successo del modello italiano

di Ivano Abbadessa - 17.06.2015
Gay donatori di sangue: cosa c’è dietro il successo del modello italiano
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Sui gay donatori di sangue l'Italia è un modello da seguire. A dirlo non siamo noi, ma molti studiosi americani. La buona notizia per il Bel Paese arriva dagli USA. Dove, in questi giorni, è in atto un durissimo dibattito sull’abolizione della legge che vieta categoricamente ai maschi omosessuali di compiere quello che è un gesto di solidarietà verso il prossimo.

Un divieto totale e senza eccezioni. Tanto che Oltreoceano, per esempio, un gay monogamo, sposato e HIV-negativo non ha diritto a donare sangue neanche ai propri figli. A causa della permanenza di questo niet, ispirato più dalla paura che da reali basi scientifiche, le autorità americane -sostengono gli analisti- continuano a privare gli USA di sangue prezioso. Rinunciando a un bacino potenziale di oltre 2 milioni di donatori.

Proprio per questo, almeno una parte della comunità scientifica a stelle e strisce, guarda sempre con maggiore interesse al nostro Paese. Che se è vero che in tema di diritti LGBT ha ancora molta strada da fare rispetto agli altri partner occidentali, almeno sulle donazioni di sangue qualcosa da dire al mondo ce l'ha. Le norme vigenti in Italia, infatti, discriminano non l’orientamento, ma il comportamento sessuale a rischio. Affidando unicamente al personale medico il compito di individuare se il potenziale donatore, non importa se gay o meno, ha assunto comportamenti sessuali pericolosi per sé e per gli altri.

Il modello italiano, insomma, non discrimina a priori una determinata categoria di cittadini (gli omosessuali), bensì si concentra sulla condotta sessuale a rischio. Cardine di questo percorso è, dunque, la selezione del donatore che avviene attraverso una serie di procedure per valutarne l'idoneità alla donazione stessa: colloquio; lettura di una nota informativa circa la potenzialità di trasmettere infezioni; firma di un modulo di consenso informato attraverso il quale, ad ogni donazione, l'interessato risponde a una serie di domande sulla sua vita privata.

Un sistema che gli analisti d'Oltreoceano riconoscono aver funzionato. Tant’è che, dati alla mano, l'Italia non ha visto un aumento di sangue infetto nella sua offerta. Un ripensamento da parte delle autorità americane è per questo auspicabile. Tenendo conto dei tanti pazienti che ne trarrebbero beneficio.

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