Brevettare i broccoli, no grazie

di Maria Luisa Stasi - 31.10.2011
Brevettare i broccoli, no grazie
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Combattere la prassi messa in atto dalle maggiori multinazionali dell’industria alimentare di trasformare beni comuni, quali le sementi, in beni privatizzati coperti da brevetti. Di questo si é discusso lo scorso 27 e 28 ottobre a Lecce in occasione della seconda tappa italiana della campagna di educazione allo sviluppo ‘Sblocchiamoli: cibo, salute e saperi senza brevetti’, cofinanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del progetto ‘Knowledge Healt and Food for All’. Che punta a sensibilizzare l’opinione pubblica e mobilitare le istituzioni dei Paesi coinvolti (oltre all’Italia, Spagna, Ecuador, Bolivia ed India) alla promozione di un’applicazione più sostenibile dei Diritti di proprietà intellettuale.

Dal punto di vista legale, l’art 4 della Direttiva europea sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche (EC 98/44) vieta la concessione di brevetti sulla riproduzione se ‘essenzialmente biologica’, così come sulle ‘varietà vegetali’. Sulla stessa linea si pone l’art. 53b della Convenzione sul Brevetto Europeo. Eppure, esiste una giurisprudenza dell’EPO (European Patent Office, con sede a Monaco) di senso contrario a queste norme. Tant’é che, ad esempio, sono stati gia’ concessi brevetti sul broccolo (EP10698199) e sul pomodoro (EP1211926). Che tradotto in parole semplici significa che qualunque agricoltore voglia utilizzare quelle sementi per le proprie colture, dovrà pagare annualmente una royalty al detentore del brevetto.

La faccenda non è di poco impatto: si consideri, ad esempio, che in Italia solo il 10% dei prodotti agricoli deriva da sementi acquistate, mentre il resto proviene da semi raccolti e selezionati con cura nel corso degli anni da chi lavora la terra. Inoltre, sottrarre al libero utilizzo da parte degli agricoltori un numero sempre crescente di sementi comporta inevitabilmente la riduzione drastica della biodiversità.

Gli argomenti a favore della creazione di monopoli legali sui semi non convincono molti. Essi partono dalla premessa che il successo dell’agricoltura e la scomparsa della fame nel mondo dipendano dal miglioramento delle tecnologie e che i costi sostenuti a tal fine debbano essere adeguatamente compensati con l’attribuzione di diritti di privativa. Una teoria che ignora che, per risolvere i problemi della povertà, della fame e del cambiamento climatico, l’agricoltura deve assolvere al compito di migliorare le condizioni di vita dei produttori, le loro conoscenze e la loro autosufficienza. Difficile immaginare come questo obiettivo possa essere raggiunto imponendo royalties.

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