1) Tunisia, un anno dopo

Tutto comincia un anno fa. L’ennesimo sopruso della polizia, il solito disinteresse delle istituzioni, un paese – la Tunisia – governato da più di vent’anni dalla stessa persona, il presidente Ben Alì, che aveva istituito un regime corrotto e brutale. Per Mohammed Bouazizi è troppo; il giovane venditore ambulante si dà fuoco davanti al palazzo del governatore della sua città, Sidi Bouzid. È il 17 dicembre 2010: la primavera araba inizia così.

A un anno di distanza, le rivolte nei paesi arabi e nord-africani non sono ancora terminate; in Tunisia, invece, le proteste e gli scontri durano poco più di un mese, fino a quando – il 14 gennaio di quest’anno – Ben Alì lascia il paese per rifugiarsi in Arabia Saudita.

“All’inizio si percepiva molta paura, tensione, sui volti e nelle azioni della gente – ci racconta Sélim Harbi, giovane fotoreporter freelance che con i suoi scatti ha raccontato la rivoluzione in Tunisia. La dittatura di Ben Alì era da tempo in crisi, ma il controllo sui mezzi di comunicazione e il potere della polizia erano ancora molto forti. Però, a un certo momento, era chiaro a tutti che si era giunti a un ‘punto di non ritorno’: l’unica soluzione era quella di continuare a lottare fino a che Ben Alì non avesse lasciato il potere”.

Da sette anni, Sélim vive a Berlino, dove sta concludendo i suoi studi di cinema e fotografia. Ma a gennaio si precipita nella capitale tunisina, per riprendere con il suo obiettivo l’agonia del regime.

“Sono partito forse con l’ultimo volo disponibile per Tunisi, prima che chiudessero l’aeroporto; sono arrivato pochi giorni prima che Ben Alì fuggisse in Arabia Saudita, e sono rimasto circa una settimana”.

Deve essere stato particolare per te vivere quei momenti, allo stesso tempo documentarli.

“Naturalmente, il mio cuore e la mia testa erano tutti dalla parte delle proteste; ma avevo bisogno di una certa ‘distanza’, che mi permettesse – appunto – non solo di vivere l’evento ma anche di raccontarlo. Diciamo che ho cercato di mantenere tutti i miei sensi all’erta, per cogliere qualsiasi indizio, qualsiasi movimento… e stare attento alla polizia. All’inizio non è stato facile tirare fuori la mia macchina fotografica e scattare, poi tutto è diventato molto intuitivo e naturale”.

Vista dall’interno, come è stata la rivoluzione tunisina? Esisteva una specie di direzione dall’alto?

“Quello che ti posso dire è che in Tunisia la rivoluzione è stato un movimento spontaneo, non-politico e indipendente, fatto da gente che non ce la faceva veramente più: abbiamo avuto 23 anni di un regime corrotto, oppressivo, dittatoriale, che ci ha ridotto in povertà… e abbiamo detto basta”.

Come si racconta una rivoluzione?

“Intanto, credo che abbiamo avuto la dimostrazione che il giornalismo classico è finito: il flusso di informazioni viaggiava su internet o sui cellulari, e la stampa ufficiale arrivava sempre in ritardo. Da parte mia, ho avuto bisogno di tre cose: una batteria sempre carica, contatti sul territorio che mi tenevano continuamente aggiornato e la consapevolezza di dover raccontare entrambe i punti di vista. Per esempio, quando c’erano degli scontri, ho cercato di descriverli sia dalla parte della polizia (e allora indossavo il mio pass stampa), sia da quella dei dimostranti”.

Cosa ha rappresentato per te questo reportage?

“È stato una vera terapia per gli occhi; per decenni in Tunisia si vedeva un’unica immagine, quella di Ben Alì. La dittatura uccide i sogni, uccide l’immaginario. Ora ci siamo riappropriati della nostra libertà di sognare, di creare immagini…”.