Costruire un paese democratico non è facile. La Tunisia ci sta provando, dopo la rivoluzione di gennaio che ha causato il crollo del regime e ha portato alla fuga del presidente che governava a Tunisi da 23 anni. Ne parliamo con Hamza Chourabi, presidente dell’associazione Demokratie Tunesien, fondata a Berlino dopo la rivoluzione del gennaio scorso.
Cosa è cambiato in Tunisia rispetto a un anno fa?
“Sono tornato nel mio paese parecchie volte da gennaio, e quello che è sicuramente cambiato è l’attenzione e l’interesse per la politica: prima era semplicemente proibito parlarne, ora i discorsi della gente sono tutti sulla politica, la democrazia… Inoltre, sono venuti alla luce tutti quelle tensioni, quei conflitti che la dittatura aveva represso: ad esempio, ci sono stati più scioperi in questi ultimi mesi che nei 23 anni passati”.
Le prime elezioni hanno visto l’affermazione del partito islamico, che sotto la dittatura era duramente perseguitato.
“Uno degli errori dei paesi occidentali è stato quello di considerare Ben Alì come l’unica alternativa all’estremismo islamico. Mentre abbiamo visto che esiste un partito islamico, che è forte, ma che non ha la maggioranza assoluta. I movimenti islamici, del resto, hanno molti spazi dove muoversi, e li sanno usare bene: moschee, scuole”.
Cosa può fare adesso l’Occidente per la Tunisia?
“Di certo, promuovere e sostenere la democrazia; e tornare a investire nel nostro paese, che ha visto la fuga da parte degli investitori stranieri. Ma soprattutto, i paesi occidentali possono aiutarci a elaborare il nostro passato: la democrazia non esiste senza un lavoro di conoscenza, di sensibilizzazione verso ciò che è stato. Prendiamo la Germania: qui ci sono state due dittature, e i tedeschi ci possono insegnare molto su come affrontare questa tematica”.
Che è appunto uno degli obiettivi della vostra associazione.
“Siamo tutti tunisini emigrati in Germania da tempo, ma abbiamo molti collegamenti con il nostro paese, dove – appunto – cerchiamo di stabilire un ponte fra il passato dittatoriale e un possibile futuro democratico. Per esempio, organizziamo incontri nelle scuole, dove gli adulti e gli anziani parlano delle loro esperienze ai più giovani. Cerchiamo di formare politicamente le nuove generazioni, perché la democrazia non è fatta solo di partiti e governo, ma riguarda la società nel suo insieme. E – ripeto – non possiamo costruire la nostra società futura se non guardiamo in faccia il passato”.
Portate avanti anche progetti qui in Germania?
“Soprattutto, cerchiamo di promuovere iniziative culturali: abbiamo fatto alcune mostre fotografiche sulla rivoluzione, organizziamo conferenze, ma anche concerti di gruppi musicali tunisini, o spettacoli teatrali. In questo momento, il nostro progetto principale è di creare un memoriale a Tunisi, a cui vorremmo dare come sede il palazzo di quello che era il Ministero dell’interno di Ben Alì. È un luogo fortemente simbolico, perché era lì che la polizia eseguiva le sue violenze, ma era anche un posto dove lavorava gente comune, che poco o niente aveva a che fare con il regime. Il nostro riferimento è il Museo della Stasi a Berlino; il direttore del museo ha già visitato un paio di volte l’edificio a Tunisi, e stiamo lavorando anche con lui per realizzare la nostra idea”.





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