Scuola, cinque punti per un patto

In Europa un giovane su 5 è analfabeta funzionale. In Italia i survey ci dicono che siamo ad almeno 1 su 4. Si tratta dei drop-out dal sistema di istruzione-formazione più molti altri che, andati a scuola per un po’, non sanno le cose base. Ed è così da cinquant’anni. La scuola serve o non serve allora?
Serve ma non basta. Infatti da noi per ogni anno di scuola frequentato la probabilità di partecipare al mercato del lavoro aumenta di 2,4 punti percentuali e quella di essere occupato di 1,6. In termini di futuro reddito il diploma di scuola superiore rende il 9,7 % e la laurea un ulteriore 10,3. Al contrario vi sono danni concreti per chi cade fuori. Diminuisce la possibilità di avere informazioni ed esercitare i diritti di cittadinanza. Decresce l’aspettativa di vita. Aumenta la probabilità di malattia e di trovarsi in condizioni di dipendenza e sofferenza psico-sociali. Decresce la probabilità di un lavoro stabile e cresce quella di prolungata disoccupazione, lavoro al nero, precario o a basso reddito. Diminuisce la probabilità di mobilità territoriale e sociale e quella di accesso all’educazione permanente. Cresce la possibilità di commettere reati.
Ciò detto, chi ci va a scuola e, però, ha debole alfabetizzazione primaria, più una famiglia povera e povera di istruzione, ne cade fuori prima del tempo nella maggioranza dei casi e questi sono il 20,8 % del totale! Ora il benchmark europeo del 2020 ci chiama a dimezzarli. Ma già lo avremmo dovuto fare per il 2010. E invece siamo fermi dove eravamo.

Che fare?
Fare un vero patto nazionale intorno a cinque grandi azioni:
1. aumentare scuole materne e nidi e rafforzare l’istruzione di base, dando più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato, a partire dalle aree metropolitane del Sud;

2. puntare su un sistema di formazione professionale sul modello di quello operante in Trentino o Lombardia: un triennio di intenso lavoro intorno al sapere fare, più molte ore ben dedicate alle competenze di cittadinanza, saper leggere e scrivere, capire discorsi, seguire procedure logiche, ecc.;

3. creare task-force nelle aree più depresse, che coinvolgano, in progetti ad personam, scuole, imprese, parrocchie, centri sportivi, ecc.

4. rafforzare le ore di alfabetizzazione nell’apprendistato;

5. offrire un pacchetto di 300 ore annue personalizzate agli adulti under 30 occupati e disoccupati – le persone di fascia debole – per acquisire le competenze minime necessarie per stare al mondo.