La Germania del Ramadan

Quella tedesca è la seconda più grande comunità islamica d’Europa, dopo quella francese. Che, come tutti i fedeli di Maometto del Vecchio Continente, ha celebrato la festa del Ramadan che si è concluso lo scorso 28 agosto. Tra le varie manifestazioni organizzate per l’occasione, in Germania quella di Berlino è di certo tra le più note. Nel corso di uno dei tanti dibattiti, abbiamo incontrato al Pergamon Museum, Riem Spielhaus, ricercatrice presso il Centre for European Islamic Thought, nonché docente di studi islamici presso la Humboldt-Universität di Berlino e di Copenaghen. Con lei, abbiamo approfondito i più controversi aspetti dei musulmani d’Oltrereno.

«Per prima cosa, è molto difficile fare una stima delle persone di religione islamica presenti nel territorio tedesco – ci spiega la professoressa Spielhaus. A riguardo, lo studio più affidabile è quello realizzato dall’Ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati, che valuta la popolazione musulmana fra 3.8 e 4.2 milioni. In secondo luogo, nel trattare questo argomento è indispensabile fare chiarezza su un aspetto fondamentale: non bisogna confondere le questioni relative all’immigrazione e all’integrazione e quelle relative alla religione. Per esempio, una  ricerca ha rivelato che solo il 40% degli immigrati iraniani in Germania si percepisce come musulmano. Allo stesso tempo, le moschee sono frequentate ormai dai giovani delle nuove generazioni, che non hanno nessun background migratorio».

C’è una differenza – appunto – fra le ultime generazioni, i giovani nati e cresciuti a Berlino, Monaco o Amburgo, e i loro genitori, immigrati nei decenni scorsi?

«C’è sicuramente una nuova mentalità fra i figli e i nipoti dei migranti – prosegue. Per loro  le origini non sono fondamentali. “Non importa da dove vengono i nostri genitori, il background non fa differenza, dobbiamo costruirci una nuova identità”, è quello che dicono. Questo significa: essere tedeschi. Ne è un esempio l’iniziativa Deutsch Plus, che vuole promuovere la Germania come una nazione plurale, con cittadini di diversa origine e religione, ma comunque tedeschi».

Il suo ultimo libro, Wer ist hier Muslim? (Chi è musulmano?), affronta proprio la questione dell’identità “tedesco-musulmana”: una “Gemeinsam”, una comunità che ha delle proprie caratteristiche.

«L’esistenza di una identità “tedesco-musulmana” è fuori di dubbio. Molti musulmani si stupiscono che politici e giornalisti – a volte – non capiscono come sia possibile essere tedeschi pur professando una diversa religione. Eppure è così. Nei dibattiti pubblici si continua a usare spesso il “noi” e il “voi”, che mette in evidenza la polarità fra essere tedeschi ed essere musulmani. Su questo, Navid Kermani (scrittore e giornalista tedesco di origini iraniane, Ndr) ha scritto che, quando un leader politico dice “noi”, rimane sempre l’impressione di non poter essere inclusi in quel “noi”. Ma come negare che ci siano tedeschi di religione islamica? Per i giovani, nati e cresciuti in Germania, è naturale esserlo».

Quali sono le azioni portate avanti dal governo federale?

«Il governo Merkel ha fatto partire nel 2006 numerosi progetti a lungo termine, relativi all’area immigrazione quanto a quella delle questioni religiose, come l’Integrationsgipfel e la Deutshe Islamkonferenz. Ma il lavoro concreto spetta ai Länd, che devono adottare leggi apposite. A Berlino, per esempio, si tiene dal 2005 l’Islamforum: un’occasione di incontro per pastori e imam, ministri (la capitale è città-stato, Ndr) e rappresentanti delle associazioni musulmane. L’anno scorso, inoltre, è stata approvata una legge che consente ai musulmani di seppellire i defunti secondo il rito islamico, e anche questo – conclude Riem Spielhaus – è stato un importante passo verso la piena integrazione».