Cosa hanno in comune grandi aziende come Enel e Luxottica e realtà imprenditoriali come Idealstandard ed Elettromeccanica Tironi? Il fatto di essere protagoniste di un pezzo, sempre più importante, di quella sussisidiarietà italiana che cerca di trasformarsi da insieme di buone pratiche a sistema. Stiamo parlando del welfare aziendale, ovvero dell’offerta da parte dell’impresa, unilaterale o a seguito di una contrattazione sindacale, di una serie di servizi e prestazioni un tempo caratteristici dello Stato sociale.
Già dall’inizio del secolo scorso, alcuni imprenditori avevano investito parte del proprio capitale in servizi per gli operai, arrivando perfino a costruire, attorno alla fabbrica, abitazioni e infrastrutture per il tempo libero e la vita quotidiana. Erano esempi “illuminati” e un po’ paternalistici ma che coglievano già allora l’importanza della sicurezza sociale per lo sviluppo economico e del benessere individuale per la produttività.
Oggi la realtà è certamente diversa. La recente crisi economica e finanziaria ha però evidenziato tutti i limiti dell’attuale sistema di garanzie e anche tutti i rischi in termini di disgregazione sociale che ne conseguono. L’idea allora di concedere o contrattare non esclusivamente i livelli retributivi, ma anche una serie di prestazioni assistenziali sta prendendo sempre più campo.
L’offerta copre tutta la gamma dei servizi di welfare: dall’asilo nido aziendale alla previdenza integrativa, dai programmi di prevenzione sanitaria alle borse di studio, dal congedo parentale ai libri scolastici, all’assistenza domiciliare. ATM propone addirittura un vero e proprio servizio sociale interno comprensivo di programmi di social housing.
Secondo l’ultimo rapporto “Il Lavoro a Milano”, curato da Assolombarda, si nota una forte crescita nell’adozione di forme di welfare aziendale soprattuto tra le grandi imprese di quel territorio. Quest’ultima osservazione ci porta a evidenziare i rischi del sistema di welfare italiano che la crescita spontanea di questa forma di sussidiarietà mette in luce. Tra questi: un aumento delle disuguaglianze in termini di opportunità tra lavoratori e non lavoratori, tra dipendenti delle grandi aziende e dipendenti delle piccole, tra cittadini delle regioni più sviluppate e ricche dal punto di vista imprenditoriale e cittadini di quelle meno ricche. E’ quindi necessario che tutte le iniziative sussidiarie non siano mai sostitutive ma aggiuntive di un sistema universalistico di diritti sociali.





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