Buon compleanno signor Proibizionismo

Il proibizionismo come strategia di lotta alla droga compie 40 anni. Risale, infatti, al 17 giugno 1971 l’ormai famosa conferenza stampa nella quale, da Washington, Richard Nixon annunciò all’opinione pubblica statunitense e mondiale la sua decisione di scendere in guerra contro “il nemico N.1 del popolo americano”: l’uso della droga. Una vera e propria crociata, totale e senza prigionieri, guidata dalla Drug Enforcement Agency in nome e per conto del santo principio della proibizione. A 40 anni di distanza l’unica cosa certa è che le cose non sono affatto andate nella direzione sperata e voluta  dall’inquilino della Casa Bianca di allora. Semplicemente perché il proibizionismo oltre ad invecchiare ha clamorosamente fallito. Ragione per la quale, afferma oggi in prima pagina l’Atlantic,  se “every president has expanded it, Obama should end it”. Dovrebbe ma, purtroppo, è quasi certo che anche l’attuale Presidente non lo farà.

Perché dovrebbe è presto detto. Visto che ormai è pressoché unanime l’accordo sul fatto che anziché abbattere i consumi il proibizionismo ha solo rischiosamente complicato la vita degli addected e gonfiato oltre misura i proventi dei trafficanti. Basta leggere al riguardo, le conclusioni  dell’autorevolissimo  Global Commission Report, segnalate il 6 giugno, giorno della loro pubblicazione, dal nostro giornale. Nelle quali un vero e proprio Gota di ex , tra  ministri, banchieri centrali, capi di governo e di grandi organizzazioni internazionali, tra cui anche molti made in USA, propone di voltare pagina e di combattere l’uso della droga con strategie alternative a quella della pura e semplice proibizione. Una svolta che, temiamo, neppure Obama sarà in grado di imporre. Per ragioni che attengono più alla cultura che all’opportunismo politico d’Oltreatlantico. Per la semplice ragione, aveva spiegato a metà degli scorsi anni ’90 il grande studioso newyorkese Nathan Glazer in uno dei primi numeri della rivista Public Interest, i problemi culturali sono molto più lunghi e difficili da risolvere di quelli politico-sociali.