Perchè non c’è alternativa alle quote rosa

Per le donne italiane scalare il vertice significa non arrivare (quasi) mai. Il dibattito che ha preceduto l’approvazione da parte del Parlamento italiano della legge sulle quote rosa, disponendo che i consigli d’amministrazione dovranno essere composti per un quinto da donne nel 2012 e per un terzo entro il 2015, al fine di allinearsi alla legislazione imposta dalla Commissione europea, ha molto in comune con altri dibattiti italici: la mancanza di dati e la conseguente natura ideologica della discussione. Ecco perché analizzare i numeri raccolti da un recente studio del Deloitte Global Center può spiegare l’importanza di una legge che promuova la presenza di genere nei CdA italiani.
Il primo dato significativo è relativo alla presenza di donne nei CdA in Italia, che nel 2011 non raggiunge il 3.7% a fronte di una media europea del 12%. Solo il Portogallo ha dati di partecipazione inferiori. A livello internazionale hanno cifre simili al Bel Paese Stati come il Marocco, il Cile, la Corea del Sud. La letteratura accademica ha definito questo problema ‘il tetto di cristallo’, che per le donne di tutto il mondo indica una barriera invisibile e insormontabile che impedisce di proseguire la propria carriera oltre un certo livello.
Un altro dato da sottolineare è che solo dove le quote di genere sono state introdotte si sono raggiunti rapidamente elevati livelli di partecipazione femminile. La Norvegia, ad esempio, ha introdotto le quote nel 2005, con precise caratteristiche. La disposizione definisce con precisione il numero di rappresentanti di ambo i sessi che devono essere presenti nei CdA, fino a concludere che in quelli formati da più di 9 membri il rapporto tra i soci di sesso diverso non deve superare il 40%. Per chi non rispetta le quote, la legge prevede sanzioni severissime, fino allo scioglimento delle società. Oggi le norvegesi sono il 31.9% nei CdA delle S.p.A.
Secondo le stime di Deloitte, la Spagna ha introdotto quote di genere nel 2007 e due anni dopo la percentuale delle donne che ricoprono incarichi dirigenziali ha raggiunto il 9.2%. Hanno introdotto misure simili all’Italia anche Belgio, Canada (che sembra voler spingere la quota al 50%), Francia e Paesi Bassi che pure non partono da un livello ‘basso’ come quello italiano.
Secondo molti, l’introduzione di quote rosa non consente al Paese di istituire un sistema di merito. E’ opportuno ricordare che in Italia, da anni, le donne laureate sono più degli uomini e ottengono mediamente voti più alti. Inoltre, l’attenzione sociale e del mercato al processo di selezione di donne non può che aumentare la vigilanza e la pressione per criteri di selezione più meritocratici anche per gli uomini. In prospettiva, anche altre fasce che in Italia sono deboli quanto le donne potranno beneficiarne, su tutti i giovani. E’ probabile che l’ingresso di numerose donne nei CdA comporterà l’entrata di numerose giovani, con un conseguente bilanciamento anche in termini d’età.