3) Omofobia e discriminazione nel mirino dell’ILGA

A conclusione della nostra inchiesta sui diritti e la tutela degli omosessuali in Europa, abbiamo intervistato Renato Sabbadini. Dal 1995 al 2004 primo consigliere comunale di Bergamo dichiaratamente gay e dal 2008 Segretario Generale di ILGA- International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association.

Come si piazza il Vecchio continente, rispetto agli altri, in materia di tutela dei diritti omosessuali.

Dipende dal criterio che prendiamo in considerazione. Se parliamo di leggi che combattono la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, senz’altro l’Europa, e nello specifico l‘Unione europea, è l’entità più LGBT friendly nel mondo. Perché ha il maggior numero di paesi in cui gli omosessuali possono sposarsi o formare legalmente una coppia. E poi, grazie alle normative comunitarie, in tutti gli stati Ue sono in vigore disposizioni che, almeno sul luogo di lavoro, sanzionano la discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Se a ciò si aggiunge che è già in discussione la cosiddetta direttiva sulla discriminazione orizzontale che allarga la frontiera della sanzionabilità di atteggiamenti omofobi anche al di fuori del mondo del lavoro, possiamo dire che l’Europa è certamente il continente più avanti in questo campo.

Altra cosa è se invece prendiamo in considerazione ulteriori criteri, come ad esempio la tolleranza sociale e, quindi, il grado di accettazione dell’omosessualità da parte della popolazione. Sicuramente, da questo punto di vista, l’Europa è sen’altro in buona posizione ma è soprattutto in America del Nord, e oramai anche in quella del Sud, che si registrano decisi avanzamenti.  Soprattutto per quel che attiene il livello dei dibattiti intorno alle richieste di uguaglianza da parte della comunità degli omosessuali. E, inoltre, lo stigma omofobo è in netta recessione rispetto al passato. Al di fuori però di queste aree del mondo, il lavoro da fare è ancora immenso.

Restando in Europa. Nei paesi dove la tutela dei diritti LGBT è ancora insufficiente, o comunque minima, i Governi sono più indietro rispetto alla società o viceversa?

Questa domanda andrebbe analizzata caso per caso. In Italia, per esempio,  direi che senza ombra di dubbio il Governo, e in generale la classe politica, è più indietro rispetto al Paese. Questo lo si vede confrontando i risultati dei sondaggi su cosa la popolazione pensa in merito alle unioni civili. In questo caso circa il 60% dei cittadini si dichiara a favore, compresi il campione di cattolici intervistati. E’ evidente che nella fattispecie la classe dirigente non rispecchia più l’avanzamento culturale che è avvenuto nella società italiana. Probabilmente perché timorosa di un altro attore statale, quale quello situato al di là del Tevere, il Vaticano per l’appunto.

Se prendiamo in considerazione i nuovi paesi  membri dell’Unione, per intenderci quelli entrati dopo il 2004, la situazione varia ulteriormente. In alcuni di essi, parte delle elite al potere si rendono conto che determinate posizioni omofobe, anche di taluni partiti, sono indifendibili nei confronti dell’Unione europea oltre che indifendibili tout court.  In altre realtà dell’Europa dell’est, in assenza di un’elite “illuminata”,  il grado di accettazione di un orientamento omosessuale comincia comunque, anche se timidamente, ad aumentare. Come nel resto del mondo, la tolleranza sociale di fronte all’affermarsi di identità di genere e orientamento sessuale non tradizionali è di solito più elevata nelle città rispetto alle campagne.

Una situazione verificata personalmente al Gay Pride di Varsavia del 2005, quando ebbi l’occasione di leggere i risultati di un’inchiesta dalla quale emergeva che più di un varsaviano su due si dichiarava a favore della manifestazione mentre a livello nazionale il dato era molto più basso. Fortunatamente il tasso di urbanizzazione in Europa è molto alto ed in costante aumento.

Come può l’Unione Europea tollerare al proprio interno una disparità d’uguaglianza su questo fronte?

Il problema è che assistiamo alla classica diatriba sulla sovranità nazionale tra istituzioni comunitarie da una parte e paesi membri dall’altra. Con i secondi che su questa questione, e più in generale per quel che attiene il diritto di famiglia, rivendicano gelosamente la propria autonomia d’intervento. La vera ipocrisia è che mentre già da 10 anni le istituzioni comunitarie, e più in particolare la Commissione e il Parlamento, hanno lavorato di fatto per erodere questa sovranità, tutti (cioè istituzioni e Stati membri) fanno finta che ciò non sia avvenuto. Sulla sfera familiare esistono numerose direttive che, in un modo o nell’altro, intaccano l’indipendenza nazionale e dettano regole ben precise alle quali gli stati devono conformarsi. Prima o poi l’Esecutivo comunitario e quelli delle altre capitali dovranno trovare un accordo e non potranno più far finta di ignorarsi.

Secondo lei, ci sono i margini per una cooperazione rafforzata che possa permettere un riconoscimento reciproco dei diritti degli omosessuali, come è avvenuto per i matrimoni transfrontalieri?

Ci sarebbero i margini. Anche perché oramai viene intaccato il principio della libera circolazione e della cittadinanza europea. Ci sono casi di coppie omosessuali, anche miste (ndr, di due nazionalità differenti) che, sposate per esempio in Olanda, si trasferiscono in Italia e chiedono giustamente il loro riconoscimento. Si tratta di situazioni sempre più ricorrenti. E ciò è un bene perché nel giro di qualche anno sarà verosimilmente lo stesso potere giudiziario degli stati membri a porre il problema ai propri legislatori. E di converso anche alle istituzioni europee.

Come è già avvenuto per la direttiva antidiscriminazione sul luogo di lavoro, potrebbe essere presto l’Europa stessa a porre le condizioni per un ulteriore avanzamento, ovvero per un’effettiva uguaglianza tra coppie di diverso orientamento sessuale in tutto il Vecchio continente?

Il punto è che quando fu adottata la direttiva 2004/38 sulla libera circolazione, all’epoca entrambe le parti, Consiglio e Commissione, già sapevano a quali incongruenze si dava luogo. Ma allo stesso tempo sapevano benissimo che si stava dando inizio ad un processo che non si sarebbe potuto arrestare. Da questo punto di vista bisogna riconoscere quanto sia triste, per quei paesi come l’Italia o la Polonia che non riconosco ancora sul piano dei diritti la parità delle coppie omosessuali rispetto a quelle eterosessuali,  che un giorno possano giungervi solo per necessità di conformarsi alla normativa europea e non grazie ad un impulso legislativo autonomo. Cosa che invece dimostrerebbe una maggior maturità e civiltà del paese che lo fa. Però, se questa è l’unica strada, ben venga!

Come si può combattere l’omofobia?

Questo è un problema molto delicato e certamente più complesso. Non possiamo negare che nelle società anche più avanzate esistono delle componenti tradizionali omofobe. Il punto è che negli ultimi anni si sta registrando un aumento del fenomeno, e quindi delle aggressioni fisiche, anche in quei paesi dove già sul piano legislativo si sono fatti molti passi avanti.  Potrebbe sembrare un paradosso ma in realtà non è così. Perché è la risposta di un settore della società, particolarmente indietro, rispetto all’aumento della visibilità delle persone omosessuali o trans a seguito proprio di una maggiore apertura e d’importanti riconoscimenti giuridici. Il fenomeno sicuramente diminuirà proporzionalmente all’accettazione sociale dell’omosessualità ma non dobbiamo illuderci che possa scomparire del tutto. Ci sarà sempre qualcuno che nel riconoscimento di pari dignità per tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, vede un attentato alla propria identità, alle proprie certezze ed ai propri valori.

Anche nei paesi dove è riconosciuto il diritto ad adottare per le coppie omosessuali, una consistente parte della popolazione non è d’accordo. Come se lo spiega?

Perché è davvero l’ultimo tabù e perché intacca nelle fondamenta il concetto della famiglia come ordine tradizionale che ruota intorno a ruoli fissi, non interscambiabili. Ma oramai numerosi studi hanno dimostrato che non ci vogliono per forza un uomo ed una donna per crescere dei figli. Che cosa sarebbe allora di tutte quelle persone che hanno cresciuto ed educato da sole la propria prole? Per non parlare del fatto che le famiglie omoparentali, in diversi paesi, sono una realtà di fatto più che ventennale.