Anche sulle politiche a favore del reinserimento lavorativo dopo la maternità, l’Europa si conferma a due velocità. Mentre il governo Merkel si adopera, investendo milioni di euro, per risolvere il problema, l’Italia declassa le proprie neo-mamme. Con una nota esplicativa del 21 settembre, infatti, il Ministero del welfare ha precisato che al rientro dal parto una lavoratrice può essere retrocessa nelle sue mansioni, seppur a retribuzione invariata, se ciò le consente di non essere licenziata. Una condizione che costringe molte a sottostare alla volontà del “capo”. Vale la pena di sottolineare che la circolare del Dicastero italiano sembra richiamare precedenti sentenze della Corte di Cassazione. Secondo cui è possibile derogare all’art. 2103 c.c. che preclude la mobilità verso il basso se un’azienda si trova in condizione di non poter garantire alla neo-madre soluzioni diverse per la conservazione del posto di lavoro. A causa di esigenze tecniche, organizzative o produttive dimostrabili.





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