Nubi sulla verde Irlanda

Molti economisti riconoscono nella politica keynesiana di spesa pubblica una poderosa arma di sviluppo di cui hanno fatto largo uso i paesi occidentali. Questo è sicuramente vero per spiegare l’eccezionalità del caso irlandese. La tigre celtica ha sperimentato negli anni 90’ un boom economico paragonabile a quello vissuto dai paesi del sud-est asiatico. Elemento chiave di questa crescita è la super-competitiva, e super- invidiata, imposta sul reddito societario ferma al 12,5%. Alla vigilia della crisi del 2007 una simile politica ha attratto un enorme volume di investimenti esteri comportando una benefica quanto drastica diminuzione della disoccupazione. Contemporaneamente, l’Irlanda ha mantenuto standard di spesa per il welfare pari, o comunque di poco inferiori, a quello di molti stati europei. Se da una parte questa politica ha favorito una sostenuta crescita economica, dall’altra essa ha proporzionalmente fatto crescere il debito pubblico.

Il deficit di bilancio (pari nel 2010 al 32% del PIL) evidenzia l’errore, grave, del governo celtico di sottostimare largamente la propria capacità di onorare i pagamenti. Ad un passo dal default, il governo irlandese corre ora ai ripari con un piano di austerity che ricorda quello del vicino inglese varato meno di un mese addietro. Sembra ormai una moda che quando uno stato “fallisce” a pagarne le conseguenze sono sempre i capitoli di spesa per il welfare. Et voilà, alle ore 14 del 25 novembre sono stati annunciati i dettagli del National Recovery Plan 2011-14. Il piano ammonterà complessivamente a 15 miliardi di euro. La manovra prevede da un lato grossi tagli alla spesa pubblica e dall’altro un aumento delle imposte sul reddito. Il solo capitolo di welfare subirà un ridimensionamento pari a 800 milioni mentre i sussidi di disoccupazione verranno ridotti del 12%.

Secondo indiscrezioni, il piano di euro-aiuti per Dublino dovrebbe assestarsi a 90 miliardi di euro. Quello che sembrava un problema tutto mediterraneo approda violentemente nei freddi Mari del Nord. I rischi elevati di contagio per i paesi mediterranei quali Portogallo,Spagna e Italia fanno prevedere il peggio.
Tra tante incognite una cosa sembra certa: l’ennesimo caso di default di un paese membro dell’Unione Europea dimostra l’incapacità della stessa, nonostante l’esperienza greca, di creare uno schema di salvataggio uniforme per la zona-euro.