Meno allarme, più intelligence

Sulle coste meridionali italiane non si abbatterà dalla Libia alcun tsunami migratorio. Almeno nei tempi, nei modi e nelle proporzioni previsti dalle concitate previsioni che da giorni tengono in ansia l’opinione pubblica del Bel Paese. Una vera e propria svista dovuta, forse, ad un eccesso di prudenza dell’amministrazione degli Interni. Scottata dalle sue passate distrazioni che la fecero trovare clamorosamente impreparata di fronte ad impreviste emergenze. Come  quella dello “sversamento umano dall’Albania” che in una lontana notte dei primi anni Novanta sommerse Bari e dintorni. Al netto di ciò, però, è indubbio che molto, anzi moltissimo dell’esagerato allarme  sul cataclisma migratorio alle viste è figlio di un’analisi confusa ed approssimata della situazione. Per almeno due motivi.

Il primo è che la Libia è un paese immenso ma spopolato. In un’estensione territoriale che è pari a quella di Inghilterra, Francia, Spagna, Italia, Germania, Paesi Bassi e Belgio messi insieme vivono in circa 6 milioni. Più o meno come a Roma e dintorni. Molti dei quali stranieri immigrati per lavoro. Non solo dalle nazioni limitrofe ma addirittura anche dalla lontanissima Cina. Che in queste ore cercano in tutti i modi di tornarsene a casa dando l’assalto alle banchine dei porti o ai ceck-in dell’aeroporto di Tripoli. Ma che non hanno la benché minima idea di puntare sulle nostre coste.

Tolti questi restano, sulla lista dei potenziali partenti, solo i sudditi del Rais e gli appartenenti all’indefinito esercito dei cosiddetti sub-sahariani. Di cui tanti parlano ma pochissimi hanno visto. Per quanto riguarda il primo gruppo, esso presenta un profilo socio-economico-culturale opposto a quello degli albanesi. Che per decenni il regime comunista di Enver Hoxha aveva costretto (incentivato?) a guardare l’Italia attraverso il tentacolare buco della serratura della nostra sfavillante tv di intrattenimento e commerciale. Per l’armata dei senza documenti centroafricani il discorso, se possibile, è ancora più semplice. Anche se esistesse veramente, in attesa di muovere verso l’Eldorado del nord, oggi essa verrebbe, almeno per il momento, disincentivata. Proprio  dalla catastrofe politica che sta squassando l’ex gigante libico. L’immigrazione clandestina, come tutte le attività d’impresa, anche se fuori regola, ha bisogno di punti di riferimento sperimentati, riconosciuti ed affidabili. Per i documenti, i controlli ed il trasporto. Che nella Libia di oggi, forse, sono ancora in funzione nelle sperdute oasi di Girabub o di Giofra.