L’italo-albanese che sfida Pizzarotti a Parma

di Giuseppe Terranova - 31.01.2017
L’italo-albanese che sfida Pizzarotti a Parma
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L’immigrazione disordinata è un danno per tutti”. Parola di Gentian Alimadhi, albanese ex clandestino oggi avvocato, aspirante sindaco di una delle città più chic e snob d’Italia.  E’ lui, infatti,  la vera novità delle primarie (5 marzo) del centro-sinistra di Parma.

Domanda: Arrivato con un barcone come è riuscito a diventare un professionista (e forse anche un politico) di successo?

Risposta: Me lo chiedo spesso anch’io. Di sicuro hanno contato molto la forza di volontà e la voglia di riscatto. Ognuno di noi nella vita si prefigge degli obbiettivi che, una volta raggiunti, vanno spostati in avanti.  Appena sbarcato in Italia la mia idea fissa (o forse il miraggio) era quella del permesso di soggiorno. Raggiunto il quale ho deciso, grazie  al lavoro che avevo trovato in una fabbrica, di prendere una laurea italiana. Conquistato questo traguardo, ho puntato più in alto: diventare avvocato. Nel frattempo mi sono sposato e oggi ho due figli. Ma la decisione di candidarmi alle primarie del centro sinistra è una sfida diversa da quelle fin qui affrontate. Perché non è frutto solo della mia volontà ma di quella di un gruppo di persone che crede in me. Uomini e donne convinti che i valori della sinistra – solidarietà, eguaglianza, accoglienza- meritano una battaglia.     

D:  Come è stato accolto dall’Italia e dagli italiani?

R: Quando arrivai nel ’93, gli albanesi erano i ‘cattivi di turno’. Sentivo addosso questo pregiudizio. Ciononostante, ero abbastanza sereno, forse grazie all’insegnamento che mi avevano dato i miei genitori che sin da piccolo mi dicevano che se ti comporti bene e porti rispetto agli altri, farai una lunga strada. L’educazione al lavoro però me l’ha data, invece, l’Italia. Vedere il datore di lavoro fianco a fianco con gli altri operai è stata davvero una bella lezione per me. Il periodo di clandestinità ed il lavoro in fabbrica sono stati per me una vera università di vita.   

D: Sulla lotta all’immigrazione illegale e anche sui corsi di italiano per stranieri la sinistra è sempre stata reticente. Qual è la sua opinione?

R: Da “nuovo italiano” quale sono, non posso che sentirmi con il cuore dalla parte di chi intraprende l’avventura terribile del viaggio e della clandestinità per guadagnarsi un pezzo di vita e una qualsiasi opportunità. Tuttavia ritengo che il ministro Minniti abbia fatto bene a puntare su una strategia complessiva di gestione dei flussi migratori. Capace di assicurare integrazione, gestione del rapporto tra nazionali e immigrati, rafforzamento della lotta al terrorismo e della sicurezza. Non serve a nessuno una immigrazione disordinata e superiore alle capacità di ricezione da parte di chi accoglie. Nel caso specifico penso a Parma. Anche se mi strazia il cuore non posso accettare che esseri umani siano costretti a vivere al gelo sotto i ponti. I comportamenti illegali devono essere prevenuti e repressi dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Non sono tollerabili comportamenti, anche se penalmente non rilevanti,  da parte di chiunque, nazionale o straniero che sia, che disturbano o creano insicurezza. Al fenomeno, inarrestabile ed epocale dei processi migratori, si risponde con la creazione dei “nuovi italiani. A partire da Parma. Rispettosi del contesto sociale che li ha accolti e disposti a “condividerne” i valori ricevendo, in cambio, ascolto e rispetto per la loro identità. Punto sulla centralità della cultura nella formazione del cittadino. Fornire ai nuovi arrivati ai quali riconosciamo il diritto di restare, strumenti per essere parmigiani e italiani, dalla lingua all’incontro con le tradizioni locali. La sicurezza deriverà soprattutto dall’investimento in dialogo, ascolto, cultura che dall’alto della civiltà di cui questa mia città mena legittimo vanto, sapremo fare. Fondamentale risulta essere la promozione dell’insegnamento della lingua italiana: sintesi vivente dell’identità e del modo di pensare di un popolo. Non si può degnamente vivere in Italia se non si parla o non si capisce l’italiano. Se queste idee possono contribuire alla positiva evoluzione della sinistra, sono lieto di dedicarci tutte le mie forze. 

D: Una recente proposta di legge prevede di consentire ai richiedenti asilo di fare lavori socialmente utili. Non sarebbe consigliabile, invece, dopo aver frequentato corsi italiani, lasciarli liberi di cercare loro il lavoro?

R: Ho già detto di quanto fondamentale penso sia l’insegnamento della lingua. Questo vale quale che sia lo status del nuovo venuto, che abbia il permesso di soggiorno o che sia in attesa di riconoscimento del diritto di asilo. Trovo che l’impiego dei richiedenti asilo in lavori socialmente utili non possa che essere di beneficio, innanzitutto a loro stessi, alle istituzioni preposte all’accoglienza e alla necessaria selezione degli aventi diritto all’asilo. Questa formula darà al richiedente asilo la dignità del lavoratore e consentirà inoltre un controllo, rispettoso della sensibilità personale, sulla massa dei rifugiati; controllo che non sarebbe possibile se gli stessi rifugiati fossero condannati ad una vita da clandestini.

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