Liberté e fraternité. L’égalité?

In Francia quasi il 50% dei dipendenti pubblici lavora nell’amministrazione centrale. Anche se per anni è stata vista come un modello da imitare per molti paesi, in realtà è un luogo in cui la parità uomo-donna è un obiettivo da raggiungere.

Basta dare un’occhiata ai dati dell’INSEE, aggiornati al 2010, che rivelano come il numero delle impiegate è inversamente proporzionale all’importanza del ruolo ricoperto. Tant’è che se all’inizio della carriera le donne sono il 45,6% del totale dei dipendenti, nella fascia dirigenziale rappresentano appena il 22,7%.

Se passiamo dal centro alla periferia la situazione non cambia. Per capire come stanno le cose dobbiamo fare riferimento al recente studio dell’ENSAE che ha analizzato occupazione e ruolo delle donne impiegate in 49 comuni con più di 40.000 abitanti, 34 strutture intercomunali anch’esse con più di 40.000 abitanti, oltre che in 61 dipartimenti e in 24 regioni. Un primo fatto tanto chiaro quanto importante è che l’accesso delle donne alla posizione funzionale di direttore generale aggiunto DGA (dirigente di I fascia) è di poco inferiore a quella degli uomini. Se da questo dato generale si passa ad un esame più approfondito relativo ai compiti affidati alle diverse direzioni, ci accorgiamo che persistono profonde differenze di genere. Il 54,1% delle direttrici sono, ad esempio, alla guida di direzioni funzionali contro il 39,7% degli uomini. In particolare si riscontra una maggiore presenza femminile nelle direzioni generali aggiunte come le finanze, le risorse umane o la solidarietà.

Vale la pena soffermarsi, inoltre, a conferma della complessità del fenomeno, sui dati relativi al ruolo di DGS (direttore generale). Nei comuni tra i 40.000 e gli 80.000 abitanti e negli enti pubblici di cooperazione intercomunale (EPCI) tra i 40.000 e 150.000 abitanti si rileva una concentrazione di direttrici generali. Mentre nelle realtà urbane vere e proprie – comuni con più di 80.000 abitanti ed EPCI con più di 300.000 abitanti – non risulta neanche una donna DGS.

Ultimo passaggio riguarda il rapporto tra incarico ricoperto e il volume di budget gestito, il numero di sottoposti e le missioni affidate alla direzione generale aggiunta. Il risultato?  Qualora le collettività territoriali decidano, ad esempio,  di creare direzioni generali aggiunte distinte per le risorse umane e per le finanze, nel primo caso il 40% delle DGA sono donne, mentre nel secondo sono appena il 25%. Ciò che più conta, però, è che se  finanze e risorse umane sono accorpate, solo nel 12% dei casi troviamo una direttrice.

Contrariamente a quanto si pensa, dunque, il “soffitto di cristallo” non è un unicum. Ma tante cose: un insieme di ostacoli che le donne affrontano per l’intera carriera professionale. E non c’è dubbio che grandi passi in avanti debbano essere fatti in particolare in relazione ai ruoli dirigenziali. Un esempio su tutti. A fine 2009 le uniche 2 donne DGS a livello regionale erano proprio in quelle regioni dove si registrava una rappresentanza politica femminile più alta della media nazionale. Senza voler essere una dimostrazione inconfutabile della correlazione esistente tra parità politica e uguaglianza d’accesso ai posti funzionali delle collettività, è la conferma di quanto possa incidere il ruolo degli eletti nel processo di reclutamento degli incarichi funzionali e dei DGS in particolare.

Tuttavia alcune recenti novità lasciano ben sperare. Un punto a favore delle donne è stato segnato con la recente riforma delle pensioni che riconosce, ai fini dell’età pensionabile, anche i periodi d’interruzione o riduzione dell’attività professionale in seguito alla nascita o all’adozione di un figlio. Introducendo, inoltre, importanti agevolazioni anche per i genitori con figli disabili.