L’eutanasia e il rebus delle cifre

In Italia il problema eutanasia continua ad essere un vero tabù. Perché anche se di tanto in tanto evocata, da noi muore sul nascere ogni tentativo di avviare sulla questione un serio e riflettuto confronto pubblico sui confini etici e legali che la circoscrivono. Un vero peccato visto che anche in quel grappolo di paesi europei dove è stata legalizzata (Belgio e Paesi Bassi) o per lo meno depenalizzata (Svezia, Regno Unito e Germania) la dolce morte continua all��occasione ad alimentare accese controversie soprattutto per quanto attiene le modalità e le circostanze con cui viene praticata. Polemiche che, tuttavia, non sembrano esercitare alcun effetto deterrente sulle opinioni pubbliche dei detti stati, come testimoniano del resto le ultime cifre diffuse dal Ministero della Sanità olandese poco prima di Ferragosto.

Nel paese delle tulipani, il primo in Europa ad aver reso l’eutanasia legge, i casi di suicidio assistito documentati nel 2009 sono cresciuti infatti del 12% rispetto all’anno precedente, quando avevano già fatto registrare un balzo del 10%. Vale a dire 2636 decessi l’anno su una popolazione di appena sei milioni abitanti.

Trend analogo in Belgio, dove la disciplina giuridica, sin dal 2002, ha rubricato l’eutanasia come un diritto fondamentale del malato vincolato al rispetto di limiti assai rigidi e soggetto al monitoraggio di una speciale commissione di controllo. Limiti e paletti che, nonostante tutto, non sono riusciti a rallentarne la crescente diffusione. In base alle cifre pubblicate sul “Journal du Médicin”, nel 2009 il Belgio ha infatti censito 835 casi ufficiali di morte dolce. Il quadruplo rispetto al 2003, primo anno successivo all’entrata in vigore della legge. Disaggregando il dato complessivo emerge che le richieste di suicidio assistito provengono quasi tutte dal nord fiammingo, tradizionalmente cattolico, interessando solo marginalmente il più laico sud francofono.

Il vero problema, però, al di là della non indifferente significatività dei numeri ufficiali, sta nel rischio di possibili abusi. Per il semplice motivo, ad esempio, che dalle statistiche non si riesce a capire se il via libera all’eutanasia venga in tutti i singoli casi concessa in ottemperanza ai dettami di legge. Sia nei Paesi Bassi che in Belgio, infatti, cosi’ come del resto in molte realtà europee, le associazioni di categoria dei medici sono sufficientemente potenti da riuscire, in molte situazioni, ad impedire lo svolgimento di indagini più approfondite sulla legalità della pratica. A dimostrarlo sta il fatto che in più di sette anni gli specialisti incriminati nei due paesi non ha superato, in totale, la decina. Per provare a fare chiarezza e capire come stiano esattamente le cose, un’equipe di ricercatori fiamminghi ha di recente cambiato strategia di indagine mettendo sotto la lente di ingrandimento i comportamenti del settore paramedico ed infermieristico utilizzando un questionario anonimo. Con risultati a dire poco allarmanti. Su 1235 infermiere belghe intervistate dagli studiosi, 120 hanno ammesso che il loro ultimo paziente trattato con il suicidio assistito non aveva espressamente domandato di morire. Dato ancora più significativo, in un caso su due è il personale paramedico stesso ad aver somministrato l’iniezione letale, in molte circostanze senza la presenza del medico. Per quel che riguarda i Paesi Bassi, un rapporto shock pubblicato nel 2005 dal ministero della salute segnalava per l’anno precedente almeno 550 casi di dolce morte praticata senza il consenso del paziente.

Sono dati che forse corroborano le preoccupazioni manifestate un anno fa alla stampa belga da Herman Nys, professore di fama mondiale di diritto medico all’università di Lovanio. Secondo il quale “la fossa aperta tra la legge e la reale pratica continua inesorabilmente ad allargarsi”. Fino a che punto ancora non è dato sapere.