Le offese alla dignità umana, i tentativi cioè di costringere alcuni in condizioni di inferiorità, diciamo così, “oggettive” e pertanto tendenzialmente immutabili – costruendo di volta in volta classi, caste, razze cui vengono sottratte di fatto le opportunità di avanzamento sociale – hanno assunto storicamente forme molteplici: la schiavitù, il razzismo, l’apartheid, le società classiste o di caste. I meccanismi che sottendono tale costruzioni sociali sono evidentemente diversi ed hanno prodotto una messe incredibile di analisi storiche e sociologiche. Il razzismo, poi, negli ultimi decenni ha condotto i ricercatori a interrogarsi sulla liceità di parlare di razzismi senza razza, cioè di interpretare come espressione di un’ideologia razzista meccanismi di discriminazione e/o inferiorizzazione che non facciano propriamente uso del concetto di razza biologicamente inteso. Del resto la crisi del concetto biologico di razza ha fatto parlare di culturalizzazione della razza, o di etnicizzazione delle differenze. Alcuni, così, sottolieneano che operando i medesimi meccanismi sia lecito parlare di razzismo anche a riguardo di pratiche discriminatorie nei confronti di gruppi omosessuali o, persino, per i meccanismi di inferiorizzazione dei bambini o degli anziani. Altri tendono a sostenere che solo laddove i processi di inferiorizzazione facciano esplicitamente appello a caratteristiche somatiche si possa parlare di razzismo.

Ciò che è certo è che sia le ideologie sia le forme sociali tendono a trasformarsi nel corso del tempo, per un naturale processo evolutivo, e in questo processo alcune perdono la loro centralità e talvolta divengono minoritarie o semi-clandestine. Sarebbe sciocco, infatti, non cogliere la sconvolgente novità dell’elezione di Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti, se si pensa che poco più di cinquant’anni fa Rosa Parks, su di un autobus, rifiutandosi di cedere un posto riservato ai bianchi, dava vita ad un impressionante movimento per i diritti civili. Da allora, alla sostanziale condizione di apartheid ed inferiorizzazione in cui vivevano i neri d’America, si è arrivati sino, appunto, alla presidenza di un uomo “di colore” (sappiamo del disappunto che tale espressione provoca nei neri d’America). Tuttavia sarebbe sciocco affermare che non esistano ancora forme – non solo minoritarie – di ideologia razzista, che permeano la società americana. E anche qui, molte le espressioni che questa ideologia assume: piccoli gruppi più o meno illegali e veteronazisti che combattano per la supremazia dei bianchi; una diffusa ideologia non proprio formalizzata in forma “scientifica”, che ripete stereotipi e pregiudizi sui neri; sporadici tentativi di scienziati di rispolverare forme più o meno larvate di razzismo biologico (si pensi alla ultime provocazioni di James Watson). Ognuno di questi fenomeni sociali influenza in qualche modo l’altro, contribuendo a tenere vive forme di razzismo anche verso altri gruppi (quali, ad esempio: chicanos o asiatici). Ciò che però è certamente cambiato è il contesto legislativo e la cultura diffusa. Oggi la legislazione non consente più forme aperte di razzismo e la società maggioritaria, ancorché ancora fortemente razzista – si pensi soltanto a titolo di esempio agli studi sul racial profiling e sulle pratiche di stop and search delle polizie – non si sognerebbe mai di impedire l’ingresso di un nero in un locale, o di guardare in modo sospetto una mixed couple.

Proprio perché è cambiato il quadro di riferimento è stato, così, necessario dotarsi di nuovi strumenti e iniziare a lavorare sulla discriminazione ha costituito, e per il nostro paese oggi costituisce, la nuova sfida: più ambigua, più complessa, più difficile. Come già detto, non pensiamo che il razzismo biologico, né l’antisemitismo, né il razzismo culturalista, siano alle nostre spalle. Siamo anzi consapevoli della necessità di rinnovare gli sforzi per impedire che questi si riaffaccino, magari anche in forme nuove, come quella che oggi viene definita islamofobia. Ma la riflessione sulla discriminazione appare realmente come un tentativo di ri-articolare la dialettica sociale, offrendo a gruppi percepiti come minoritari di battere sul campo i tentavi di oppressione o di marginalizzazione. Piuttosto che decostruire le identità etniche, razziali, di genere, o lavorare sul piano del confronto ideologico per smascherare l’infondatezza dei tentativi di alimentare pregiudizi e pratiche di inferiorizzazione, agire direttamente rafforzando gli strumenti di difesa delle minoranze. Sappiamo che questa strada da sola non è sufficiente, e anche laddove è nata, essa ha mostrato i suoi limiti. Ma e’ e resta comunque la nuova frontiera.