La globalizzazione della classe media

Dopo la Seconda Guerra mondiale il modello americano, incentrato sulla classe media, ha fatto scuola.  Per la semplice ragione che si basa sul fatto che la maggior parte della popolazione può godere di un elevato standard di vita. Tant’è che ancora oggi persino le potenze emergenti guardano con interesse e provano a imitare il paradigma a stelle e strisce.In Cina, ad esempio, già oltre 200 mln di persone fanno parte della middle class. Un dato niente affatto secondario in uno stato in piena ascesa economica. Lo stesso vale per India e Brasile  le cui economie sono in una fase intermedia che si dirige verso la società fondata sulla classe media: la creazione di ricchezza attraverso l’imprenditorialità e la società privata, seguita dall’accumulazione e alla lenta ma costante redistribuzione di quella stessa ricchezza. Alcune nazioni stanno seguendo questo percorso più velocemente ed abilmente, altre hanno creato istituzioni che incoraggiano sia la creazione di ricchezza che l’imprenditorialità e che in una visione ampia di prosperità condivisa, la quale tende ad accrescere lentamente la macroeconomia, promuove la domanda per consumo, e infine stabilizza automaticamente gli standard di vita. In questo processo, una governance effettiva è stata un’ingrediente essenziale e in molti casi la condizione indispensabile che ha determinato il successo o il fallimento. Ma, com’è noto, si tratti di processi che possono essere analizzati soltanto sul lungo periodo. Quindi le domande da porsi sono: riusciranno questi paesi a creare un modello fondato sulla classe media? E puo’ l’ambiente sostenere una tale crescita esplosiva che prevede l’aumento di 5 miliardi di persone che appartengono alla middle class?

Io credo che la risposta alla prima domanda è un enfatico sì. Lo stile di vita della classe media è, in  qualche misura, capace di rispondere ad alcuni dei più basilari bisogni dell’essere umano. La lezione della Primavera Araba, così come la Rivoluzione di Velluto prima di essa, consiste proprio nell’aspirazione della maggioranza della popolazione a coniugare democrazia e sviluppo.

La sfida per i paesi più poveri del mondo sarà quella di promuovere una politica economica che permette non solo la creazione di ricchezza ma anche un grado di rappresentatività democratica, considerato che quest’ultima è un passaggio essenziale verso la re-distribuzione, che riduce la corruzione e rafforza la classe media.