4) Il welfare prossimo futuro

Editorialista del Corriere della Sera, docente presso la facoltà di Scienze Politiche dell’università degli studi di Milano, Maurizio Ferrera ha dedicato buona parte della sua carriera a studiare e analizzare l’evoluzione del welfare in Italia e in Europa. Con questo colloquio offre ai nostri lettori un ritratto tra luci ed ombre dello “stato di benessere” del vecchio continente.

L’immigrazione sembra creare dei problemi al welfare e minare la forza dei partiti socialdemocratici, che su di esso avevano costruito il loro successo. Formazioni di destra sembrano invece fornire soluzioni più gradite agli elettori. Il recente caso svedese è esemplificativo in tal senso. Stiamo assistendo ad una ridefinizione dei rapporti tra destra e sinistra, con l’immigrazione come fattore scatenante?

L’impatto dell’immigrazione credo sia una delle ragioni più rilevanti per spiegare la caduta dell’appeal della social democrazia e dei partiti di centro-sinistra nei paesi europei, perché, come dite, in fondo in un periodo di crisi e di crescente polarizzazione economica tra low skills e high skills ci si aspetterebbe che i ceti meno abbienti, più penalizzati dal processo di internazionalizzazione e di globalizzazione si orientino verso un voto a sinistra, su quei partiti e quei gruppi che tradizionalmente hanno cercato di migliorare le condizioni delle classi alla base della scala sociale.

Il problema dal punto vista politico e sociale mi sembra questo: all’interno del bacino elettorale dei ceti lavoratori maggiormente esposti al rischio della internazionalizzazione e dell’integrazione europea si fa fatica a capire esattamente quali sono le ragioni di tali sviluppi. Invece, sono molto visibili i processi di immigrazione. Molto visibili anche perché l’immigrazione ha raggiunto un grado elevato di prossimità: gli immigrati vivono nei nostri quartieri, si vedono sui mezzi pubblici, in giro per strada; e alcuni immigrati sono effettivamente sempre più integrati nel tessuto sociale.

D’altra parte ci sono i problemi di ordine pubblico, che vengono a volte esasperati dai mezzi di comunicazione di massa, e comunque accanto a questa immigrazione legale, che si vede ma dà relativamente poco fastidio, c’è tutto l’insieme dell’immigrazione clandestina. Ed è difficile, anche in questo caso, per un elettore medio distinguere tra chi è clandestino e chi non lo è. Così si fa di ogni erba un fascio e il risultato è che vaste maggioranze di elettori, in tutti i paesi europei, e con particolare intensità tra i ceti con livelli di istruzione più bassi, esprimono grande preoccupazione nei confronti dei flussi migratori.

Durante la campagna elettorale svedese si è visto un manifesto del partito dei democratici svedesi [partito di estrema destra,  NdR] con due riquadri: in uno si vedeva una coda di immigrati che cercavano di entrare in Svezia o di ottenere un sussidio di disoccupazione o famigliare e dall’altra una fila, invece, di anziani svedesi che andava all’ufficio del welfare per chiedere la pensione. E nei due riquadri c’erano due maniglie – tipo quelle che ci sono nei treni per la fermata di emergenza – per fermare l’altra fila: la maniglia dei pensionati per fermare la fila degli immigrati, la maniglia degli immigrati per fermare la fila dei pensionati: il tutto per dare questa idea di un tradeoff tra il welfare ai nativi e i sostegni agli immigrati. Ciò colpisce molto la mentalità e l’immaginario dell’elettore tipo.

Secondo lei, quanto pesa il fatto bruto, economico, di un’immigrazione sempre più visibile, sempre più presente nel mondo del lavoro e quanto, invece, la mancanza di un’elaborazione o di un aggiornamento dal punto di politico-simbolico della socialdemocrazia?

In realtà il fatto economico non pesa molto, ma non è facile per la social democrazia far passare questo messaggio. Nel complesso, in aggregato, è vero che ciò che gli immigrati – regolari, naturalmente – contribuiscono ai bilanci pubblici sotto forma di tasse e di contributi pensionistici è superiore a ciò che, almeno per adesso (sono relativamente giovani), ne ottengono sotto forma di prestazioni e servizi. E’ anche vero, tuttavia, che questa asimmetria a favore degli immigrati diventa una asimmetria a loro sfavore in alcuni settori specifici: è il caso per esempio delle prestazioni di disoccupazione, siccome sono spesso i primi ad essere licenziati. In questo settore ci sono dei calcoli fatti in Svezia: per gli immigrati regolari il saldo tra contributi e prestazioni è sfavorevole agli immigrati nel senso che prendono più di quanto pagano, per il 50%. E’ vero anche che, sopratutto in Scandinavia, ci sono stati dei veri e propri assalti alla diligenza da parte di alcune figure di immigrati, per sfruttare alcuni loopholes – buchi nella normativa – per fare quello che alcuni miei colleghi scandinavi chiamano dei social raids, dei veri assalti finalizzati a sfruttare prestazioni a cui non si avrebbe diritto: ad esempio famigliari che vengono nel paese apposta, poi ritornano nel paese di origine e continuano a percepire gli assegni famigliari. Questi casi sui media hanno molta risonanza e finiscono per radicare lo stereotipo dell’immigrato che froda, che se ne approfitta. Anche se avete ragione voi che in aggregato, nel complesso, non è così. Ma nel discorso politico non si possono fare ragionamenti molto sottili e articolati, con tabelle a doppia entrata magari, perché la gente non li capisce.

Quali prospettive per il welfare europeo? Ritiene che ci sia spazio per lo sviluppo di strumenti minimi di welfare a livello dell’ UE?

Dipende un po’ da che cosa si intende per strumenti minimi di welfare. Già è in vigore un’architettura di cooperazione – è il cosiddetto metodo aperto di coordinamento – nel campo della protezione sociale, che cerca di promuovere la convergenza delle politiche pensionistiche, sanitarie e dell’inclusione sociale, verso criteri e standard omogenei.

Ciascuno di questi processi di coordinamento si ispira ad una serie di obiettivi, che sono a volte anche più che minimi, che dovrebbero orientare il processo di riforma e di adattamento dei sistemi di welfare. Per esempio, nel campo delle pensioni non c’è solo il criterio della sostenibilità, ma c’è anche quello dell’adeguatezza; nel campo dell’inclusione sociale c’è il diritto ad avere delle risorse sufficienti: dei paletti importanti sono già stati fissati all’interno di questi processi e dopo Lisbona anche grazie al riconoscimento di pieno valore giuridico alla Carta dei diritti fondamentali, che comprende anche diritti sociali. Ad essa potranno fare riferimento i giudici sia nazionali che della Corte di Giustizia europea, e ciò pure in caso di violazione evidente anche degli stessi principi dei processi di coordinamento aperto. Quindi, un minimo regolativo non è distante, anzi, per certi aspetti, c’è già.


Vedi anche:

1) Il Welfare è di destra o di sinistra?


2) L’immigrazione non è nemica del Welfare


3) La coperta corta del Welfare