Editoriale
Il multiculturalismo nemico della diversità
Sul multiculturalismo la destra europea, moderata ed oltranzista, ha dissotterrato l’ascia di guerra. Merkel, Cameron, Le Pen (figlia), con la sinistra, divisa, che digrigna i denti o fa spallucce. Uno scenario che non promette nulla di buono. Per l’oggettiva complessità della questione. Ma, soprattutto, perché alla base di molti dei problemi c’è un equivoco mai chiarito fino in fondo. Di che si tratta?
E’ presto detto. Multiculturalismo vuol dire non una ma due cose. Tra loro assai diverse. La prima, infatti, afferisce alle diversità esistenziali, comportamentali, degli stili di vita e di credo religioso dei cittadini della moderna società. Che l’immigrazione ha reso più aperta e vibrante. La seconda, invece, ecco che nascono i problemi, è di natura politica. Riguarda la strategia di gestione politico-amministrativa che ha consentito, incentivato ed istituzionalizzato la trasformazione della diversità da diritto individuale a brand tribale. Dando via libera al moltiplicarsi sciagurato di tante comunità, distinte e separate, per religione, etnia, cultura.
Nel primo caso si parla di singoli cittadini e di società aperta. Nel secondo di un mosaico di gruppi, sulla carta omogenei al proprio interno, di fatto solo blindati all’esterno. E questa seconda, irrazionale nozione di multiculturalismo ad avere prodotto molti dei guai di oggi. Magistralmente segnalati in un articolo scritto da Amartya Sen sul Financial Times dell’agosto 2006 dal titolo “Multiculturalism: an unfolding tragedy of two confusions”. Perché la concezione politica in base alla quale la società multiculturale, per rispetto delle differenze, deve funzionare da puro e semplice contenitore di blocchi omogenei di umanità, ha avuto, tra le tante conseguenze, anche quella di consentire al comunitarismo radicale di mettere il silenziatore sulle vere divisioni interne ( di genere, di classe, di età, di nazionalità) ed estremizzare quelle nei confronti “degli altri”. Con l’aggiunta, condita di paradossale ironia, che proprio nel nome della lotta al vecchio segregazionismo razzista le istituzioni figlie di questo multiculturalismo hanno cessato di interloquire con i singoli, in quanto singoli cittadini. Ma come appartenenti a questo o a quel particolare gruppo etnico, religioso, culturale.
Una vera e propria scelta di regressione che obbliga a riflettere. In primis la sinistra del multiculturalismo sempre e comunque. Non foss’altro perché, se non ricordiamo male, essa è nata con la missione di superare e non già di rafforzare le differenze, le contrapposizioni e le divisioni interne della società.





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