Editoriale
Il business pagano del mercato musulmano
Dopo l’halal, il burqa. Il mondo del business sembra fatalmente attratto da quello musulmano. La riprova poche ore dopo l’approvazione della Camera dei Deputati d’Oltralpe della legge di interdizione del burqa e del niqab in tutti i luoghi pubblici. E che dovrà, però, attendere per entrare in vigore, il voto del Senato previsto per il prossimo settembre. Oltre a dover ottenere il via libera del Consiglio di Stato. Ecco la sorpresa. Un imprenditore multimilionario di origine maghrebina, senza attendere le lungaggini della politica e della burocrazia, è sceso in campo. Rachid Nekkaz, infatti, ha annunciato di voler mettere a disposizione un fondo da un milione di euro destinato alle fedelissime del burqa/niqab soggette alll’ammenda di 150 euro prevista dalla legge. “Non avranno che da inviarci la multa e, visto che nessuna legge lo proibisce, riceveranno in cambio un assegno”, ha spiegato il magnate al quotidiano «Le Figaro». Aggiungendo che la sua iniziativa, in appena 24 ore, ha già raccolto 36mila euro di finanziamenti aggiuntivi da parte di privati.
Nekkaz, però, non è nuovo a certi istrionismi: per la sua candidatura (poi fallita) alla presidenziali del 2007 promise trecento euro a tutti gli elettori in caso di vittoria. La sua “cassa di mutuo soccorso” per donne in burqa e niqab sembra, dunque, un’astuta strategia per farsi pubblicità. Che ciò sia vero lo dimostra la sproporzione tra il numero di donne “integralmente velate”, secondo stime governative inferiore a 2000, e l’ammontare di danaro messo a disposizione dall’imprenditore maghrebino.
La verità è che, proprio come l’halal, il religious business è sempre più appetibile e ricco. E l’occhio lungo dell’imprenditore ha già fiutato l’affare.





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