Editoriale
Il Brain drain della perfida Albione
Il brain drain non è più appannaggio dei paesi del terzo mondo, visto che è arrivato a colpire persino il Regno Unito. Non a caso da parte di note personalità dell’intellighenzia inglese, come il preside dell’Hockerill Anglo-European College, non si nasconde più come un tempo che anche per i sudditi di Sua Maestà andare a studiare all’estero può essere utile. E’ stato infatti proprio Simon Dennis, questo il nome del preside, a domandarsi: “Se si può andare all’École normale supérieure in Francia, che e’ una delle migliori università del mondo pagando solo 180 sterline all’anno perché se ne dovrebbero pagare 9000 per rimanere a studiare in Gran Bretagna?”.
Ora, che l’economia del Regno Unito sia uscita parecchio malandata dalla crisi è fuori di dubbio. Il paese pena a ritrovare livelli di crescita decenti e la politica dei tagli implementata dal primo ministro Cameron e dal vice liberal-democratico e’ stata particolarmente severa, colpendo settori strategici del welfare state. Sino a portare, sabato scorso, almeno 500mila persone per le strade di Londra in una partecipatissima manifestazione di protesta contro l’ultima manovra di bilancio. Tuttavia, il settore dell’istruzione universitaria è di gran lunga uno dei meno interessati dalla stretta sulle finanze pubbliche del governo. La triplicazione delle rette, che di per sé non va a incidere su un sistema da sempre classista, va inquadrata in un contesto più generale, in cui la disoccupazione giovanile cresce e famiglie e aziende ancora faticano a riprendersi dopo la crisi. Come interpretare allora la proposta del preside Dennis?
Ci sono due possibili letture, entrambe basate sulla famosa logica del bicchiere mezzo pieno-mezzo vuoto. La prima, pessimista, è deriva dalla constatazione che perfino un paese come la Gran Bretagna, che storicamente ha attratto ricercatori e cervelli da tutto il mondo, possa essere costretto dalla congiuntura economica ad assistere ad una emorragia progressiva di talenti. La seconda, ottimista, e’ che la crisi e la crescente interdipendenza del sistema educativo internazionale stiano incentivando sempre più sistematicamente la mobilita dei giovani studenti anche nel paese la cui lingua e’ diventata il veicolo par excellence di questa mobilità. In quest’ottica, sembra che il Regno Unito scopra ora quello che altri stati europei sperimentano da svariati anni, e cioè che studiare in un paese dove si parla una lingua diversa arricchisce gli studenti culturalmente e umanamente. Non sarà che magari la crisi potrebbe aiutare a sprovincializzare le attitudini anglo centriche di una certa accademica britannica?





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