I conti da risanare del welfare italiano

Quando si tratta di “fare cassa”, e i governi europei, travolti dalla crisi, ne hanno un grande bisogno, i servizi di welfare sono le vittime designate. La situazione italiana si presenta però ingarbugliata. A fronte di una spesa nella media europea, è caratterizzata da una legislazione frastagliata e inefficace. Il governo italiano si trova quindi con circa 160 miliardi, tra agevolazioni e prestazioni, che non possono essere semplicemente tagliati senza una seria riforma. La riduzione delle risorse esistenti infatti contribuirebbe ad aggravare l’anomalia italiana che vede l’assenza di interventi efficaci per i più poveri, benefici diversi a parità di bisogno, un sistema di “means testing” falsato dalla forte evasione fiscale.

Siamo quindi assai lontani da una qualche forma di universalismo dei servizi, seppur “selettivo” ovvero pagato secondo le possibilità di ciascuno, che è ormai patrimonio comune dell’Europa sociale. Un passo importante era stata l’approvazione, più di dieci anni fa, della Legge 328 che prevedeva la definizione di livelli minimi di assistenza a livello nazionale. La normativa però è stata svuotata di significato dall’approvazione del federalismo costituzionale che ha creato una serie di sistemi di welfare regionali senza fondi, restati in maggioranza a livello centrale.

E’ evidente quindi che l’unico modo di reperire risorse, senza smantellare l’intero impianto di protezione, è quello di mettere mano ad alcuni provvedimenti finalizzati a:
- creare misure di sostegno universali valide in tutto il paese;
- farvi accedere i cittadini chiedendo loro di contribuire, con criteri univoci, secondo le possibilità;
- avviare azioni efficaci di contrasto alle false dichiarazioni e all’evasione fiscale.

Questo nel breve periodo, come risposta all’emergenza finanziaria. Sarà poi opportuno discutere anche dell’efficacia e della giustezza dell’utilizzo della “prova dei mezzi”. E’ infatti chiaro che, come ha ben sottolineato di recente Paul Krugman, questo sistema è molto più ingiusto del finanziamento delle prestazioni attraverso il prelievo fiscale, incidendo in maniera regressiva sulla cosiddetta “fascia grigia” ovvero su quelle persone che non sono povere ma che potrebbero diventarlo grazie alla continua richiesta di contribuzione “secondo le proprie possibilità”. In questo ambito, semplificazione e uniformità sembrano direzioni virtuose e rispettose dei principi di solidarietà e giustizia sociale, indispensabili perché una società possa prosperare.