Anche la locomotiva d’Europa ha bisogno di una revisione. Il monito arriva dal commissario europeo per l’economia, Olli Rehn: in Germania ci sono troppo pochi posti di lavoro per le donne. E’ la conclusione dell’indagine – condotta dall’esecutivo di Bruxelles – sulle politiche economiche dei 27 paesi della UE. In confronto ad altre nazioni, Berlino può ritenersi soddisfatta per molti aspetti (l’economia è in salute e il disavanzo pubblico in costante calo), ma deve migliorare sul versante delle pari opportunità.
La Commissione ha bacchettato anche Austria e Olanda, invitando le tre nazioni a imparare dai paesi scandinavi. Insomma, nonostante la cancelleria sia nelle mani della signora Angela Merkel, e per quanto molti ministri indossino la gonna, le donne tedesche devono avere un migliore accesso al mercato del lavoro. Stessa raccomandazione per quanto riguarda gli uomini avanti con l’età e senza istruzione superiore e per i lavoratori extracomunitari.
D’altronde i numeri parlano chiaro: sono 5 milioni e 600mila le donne tra i 25 e i 59 anni senza un impiego. Circa 1 milione e 800mila sono alla ricerca di un lavoro, senza mai essere state inserite nelle liste di disoccupazione; 3 milioni e 800mila risultano tra la popolazione inattiva, e quasi un milione non ha ancora avuto il primo impiego. Inoltre, solo una piccola percentuale delle lavoratrici svolge un’attività a tempo pieno, mentre il part-time femminile prevede in media un impegno settimanale di circa 18 ore.
Quali sono le ragioni? Sul banco degli imputati spicca il robusto welfare tedesco che permette alle neo-mamme di occuparsi esclusivamente dei propri figli. Tralasciando gli impegni lavorativi come effetto collaterale, questo comporta una lontananza sempre maggiore dal mercato del lavoro. Ma è anche una questione di mentalità: in tedesco c’è una parola specifica, Rabenmütter, per denominare quelle madri che trascurano i figli. Potrebbe essere tradotta con “madri corvo”, ma non rende l’idea. E il fatto che il termine sia ancora in uso, evidenzia quanto l’occupazione delle donne in Germania non sia proprio ben vista dalla società.
Basti pensare che negli anni più bui della seconda guerra mondiale, quando le città tedesche venivano martellate giorno e notte dai bombardieri anglo-americani, e tanto la Gran Bretagna quanto l’Unione Sovietica avevano decretato la mobilitazione generale (donne comprese), nel Terzo Reich il gentil sesso contribuiva in minima parte allo sforzo bellico. Anzi, per garantire un alto tenore di vita alla classe borghese, i nazisti decisero di lasciare circa 1 milione e mezzo di domestiche a servizio presso le famiglie dove già lavoravano.
Eppure, l’abbiamo detto, l’esecutivo della Merkel è composto in buona parte da donne: oltre alla Kanzlerin, sono cinque le ministre del governo di Berlino, con dicasteri di rilievo, fra cui il ministero della giustizia e quello del lavoro e politiche sociali. E proprio dalla ministra del lavoro, Ursula von der Leyen, è partita la proposta di introdurre le Frauenquote, le quote rosa, entro il 2013. “Bisogna lavorare per aumentare la percentuale di donne con un ruolo di leadership”, ha dichiarato la ministra dalle pagine dell’“Handelsblatt”, il più autorevole quotidiano economico tedesco.
Un importante cambiamento potrebbe avvenire a settembre, in occasione delle elezioni comunali di Berlino. La coalizione al governo (SPD e Linke) è in difficoltà, mentre i Grünen salgono nei sondaggi. E il candidato dei Verdi, Renate Künast, potrebbe essere il primo sindaco donna della capitale.





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