Editoriale
La diseguaglianza non conviene a nessuno
“Basta coccolare i super ricchi” titolava un articolo del New York Times lo scorso agosto. L’autore non era un attivista “no global” reduce dalla contestazione di un qualche G-8, ma W.E. Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo. Che, in sintesi, criticava il sistema fiscale americano in cui se fai “i soldi con i soldi” sei tassato meno degli altri. E, seguito nei giorni successivi da altri magnati francesi e tedeschi, chiedeva di pagare più tasse. L’episodio ci spinge a fare un paio di considerazioni.
La prima è di tipo culturale. Laddove, come negli States, la ricchezza viene considerata sinonimo di successo individuale, è lasciata al singolo “benefattore” la decisione sulla sua eventuale destinazione a vantaggio della comunità. Nessuno si sognerebbe mai di criticarlo se non lo facesse, perché, secondo la visione liberale, “l’investitore che contribuisce a trovare la migliore allocazione dei fattori produttivi, il manager che porta fantasia ed efficienza in una grande azienda, il creativo che colora la vita degli altri con il suo stile e le sue intuizioni: tutti costoro stanno già facendo più bello e più ricco il mondo”[2]. Resta l’etica individuale che può portare a condividere parte della propria ricchezza con “i meno fortunati”: è da qui che nasce l’approccio filantropico anglosassone che si concretizza spesso nella creazione di apposite Fondazioni soprattutto se, come ammette candidamente lo stesso Buffet, “si è più bravi a fare i soldi che a spenderli”.
Laddove invece la ricchezza individuale si ritiene guadagnata grazie anche al contributo della società in senso lato (i lavoratori dell’impresa, la qualità dei servizi e delle infrastrutture messe a disposizione piuttosto che l’istruzione ricevuta) ecco che entra in gioco il concetto di “restituzione” e il ruolo della tassazione.
E’ proprio lo sviluppo, negli ultimi decenni, di una categoria sempre più ristretta di super-ricchi con in mano sempre più ingenti patrimoni che ha messo in crisi la tradizionale visione del self-made-man e ha riportato in auge il dibattito sulla tassazione. Per Reich, ad esempio, ormai i super-ricchi “non pagano più le tasse e prestano i soldi al governo”.[3]
E’ però possibile fare anche una seconda riflessione: la diseguaglianza non conviene a nessuno. Sia sotto la forma dell’intervento filantropico privato che di un’equa tassazione, è necessario destinare risorse alla creazione di strutture e meccanismi che riducano le disuguaglanze sociali ed economiche. Le conseguenze infatti di una crescita delle disparità, non giustificate dalla naturale differenza di talento e di capacità, sarebbero letali per la stessa democrazia e le relative opportunità di diventare ricchi.
[1] W.E. Buffett, Stop Coddling the Super-Rich
[2] Alberto Mingardi, Per combattere davvero la povertà bisogna creare ricchezza, come avviene ogni giorno, nelle imprese private, sul mercato
[3] Robert Reich, The Great Switch by the Super Rich





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