Irlanda, game over

In  Irlanda le elezioni di oggi hanno già un risultato certo: la rabbia ha ceduto il passo alla rassegnazione. Con tutte le conseguenze per chi sta al potere. In particolare modo per il Fianna Fail, il partito che fin dal 1922 è rimasto al timone di ogni governo irlandese.

Ma qual è il male oscuro che ha trasformato la tigre celtica in un pulcino bagnato?

Per rispondere basti pensare che il calmierare la ristrutturazione del debito pubblico è stato il leit-motiv della campagna elettorale. Nella ricca, moderna e dinamica capitale dell’isola aleggia ormai un’aria di desolante e forzata austerità. Anni luce dall’entusiasmo contagioso del decennio passato. Quando nel 1994 l’economista Kevin Gardiner coniò il nome di “tigre celtica” il paese attraversava un periodo di crescita economica ad uno strepitoso ed invidiabile ritmo del 10% annuo. L’improvviso aumento dei posti di lavoro e l’elevata competitività nell’attrarre investimenti esteri trasformò questa verde terra in un vero e proprio paradiso economico che ha avuto il suo picco nei primi anni 2000.

L’eccezionalità del decennio irlandese trovò riscontro anche nella epocale inversione di tendenza dei flussi migratori. D’improvviso Dublino diventò un eldorado per gli immigrati di mezza Europa. Un fenomeno a dir poco rivoluzionario visto che per oltre 150 anni l’emigrazione, in cerca di fortuna oltreoceano, era stata una costante per l’intero paese. Al punto che, citando l’Economist, l’immigrazione stava all’Irlanda come l’inflazione sta alla Germania. Insomma se a Berlino l’aumento dei prezzi e la dimunizione del potere d’acquisto della moneta sono un’eccezione, mutatis mutandis, a Dublino l’immigrazione è stata a lungo un fenomeno pressoché sconosciuto. Eppure nel giro di pochi anni tutto è cambiato. Dopo l’apertura a est dell’Unione Europea migliaia di polacchi si sono riversati nell’isola del quadrifoglio per cercare lavoro e una nuova vita. L’entusiasmo di divenire la terra promessa per una volta nella loro storia, ha reso gli irlandesi estremamente aperti e bendisposti nei confronti degli emigranti est-europei. Uno strappo epocale con il passato.

Il boom economico giunse al culmine nel biennio 2006-2007, quando gli irlandesi diventarono il secondo popolo più ricco dell’UE con un prodotto nazionale lordo pro-capite che si aggirava intorno ai € 40.000annui. Le percentuali di crescita aumentarono sproporzionatamente la fiducia nel sistema. Nel 2010, però, la terra di Molly Malone crolla, il PNL precipita a poco più di € 30.000 annui.

È il lato oscuro del boom economico. Una legislatura eccessivamente liberista aveva permesso alle banche irlandesi di elargire prestiti senza garanzie. Una catastrofe finanziaria prodotta da quegli eccessi che quel sistema etichettato come laissez-faire ha partorito.

Quando nel dicembre 2010 l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale sono intervenuti pesantemente nella politica economica irlandese, entusiasmo ed orgoglio sono improvvisamente svaniti. La dura bacchettata dei vicini europei ha dato un duro colpo ai sogni di gloria. L’orlo del baratro, del default è stato il culmine della crisi per la tigre d’Europa i cui prodromi si erano già avuti nel 2006 con lo scoppio della bolla immobiliare. Sorprendentemente l’offerta di case superava la domanda. Senza soluzione di continuità la crisi dei subprime del settembre 2007 investì duramente il sistema bancario dell’isola. Per garantire i depositi bancari e per salvare i propri istituti lo stato elargì cospicue somme. Risultato, il capitolo di spesa straordinario si è rivelato fatale per le già esangui casse statali.

Non per questo tutto quello che è stato costruito nel decennio di sviluppo è andato perduto. E’ vero, disoccupazione e povertà aumenteranno, migliaia di giovani laureati lasceranno il paese per cercare lavoro all’estero. Ciò nonostante, alle spalle dell’Irlanda ci sono basi talmente solide da lasciar più di un margine di speranza per il futuro. La capacità di attrarre capitali e la diminuzione continua del costo per unità di lavoro restano intatti. Il prezzo da pagare è quello di rinunciare, nel modo più indolore, al podio dei più ricchi. Gli irlandesi dovranno guardare allo specchio con un pizzico di realismo in più. Il sogno è finito.