Tra le tante rivoluzioni che hanno caratterizzato il 2011, una è stata pressoché ignorata: per la prima volta negli ultimi sessant’anni il flusso di clandestini messicani verso gli USA si è arrestato. Ne discutiamo con il Prof. Douglas Massey, docente di Sociologia dell’immigrazione alla Priceton University, unanimemente riconoscito come uno dei massimi specialisti della materia.
Alla luce degli ultimi dati ufficiali, è possibile sostenere che gli Stati Uniti non rappresentano più un polo d’attrazione per i vicini messicani? Si può parlare di una vera e propria inversione tendenza destinata a durare nei prossimi anni?
In realtà, soltanto l’immigrazione illegale si è azzerata. E questo perché si sono aperti nuovi canali legali. I lavoratori stagionali dal Messico sono comunque circa 300mila l’anno, mentre l’immigrazione regolare oscilla tra 150mila e 200mila individui l’anno. Di fatto quindi i flussi migratori non si sono per niente interrotti. Ma allo stesso tempo credo che l’enorme boom migratorio a cui abbiamo assistito nell’arco temporale 1970-2000 sia finito. Infatti, il tasso di natalità messicana è in declino così come è in netta diminuzione la percentuale di messicani in età lavorativa
E, soprattutto, quanto ha influito in questo trend il cambio di passo delle politiche di ingresso USA che anziché limitarsi a proibire e sanzionare, come era avvenuto per anni, ha deciso di premiare i regolari con l’accelerata agevolazione degli obblighi burocratici per l’ottenimento dei visti, l’aumento delle quote degli ingressi consentiti ed una robusta facilitazione dei ricongiungimenti familiari. Se andare e venire diventa possibile e più semplice forse, devono essersi detto a Washington, riusciamo ad eliminare il perverso meccanismo che nel passato obbligava molti a venire ma per restare, foss’anche in clandestinità?
L’aumento dei controlli interni così come alle frontiere continua, ma il loro effetto è stato controproducente, infatti più che diminuire i flussi in entrata dal Messico ha fatto precipitare i tassi di ritorno in Messico. Del resto, una volta che i migranti hanno sostenuto i notevoli rischi e costi dell’attraversamento di frontiera preferiscono nascondersi e rimanere piuttosto che tornare a casa alla fine della stagione lavorativa, in modo che non devono affrontare ulteriori costi e rischi per l’ anno successivo. Il governo non ha imparato una cosa. Infatti, nonostante il Congresso abbia incrementato l’ingresso regolare dei lavoratori stagionali, si continuano a rafforzare i controlli sia alle frontiere che internamente. L’aumento della concessione dei visti di residenza permanente si è verificato perché il Congresso ha eliminato privilegi e diritti agli immigrati legali spingendo milioni di immigrati verso la naturalizzazione che permette di acquisire diritti che promuovono l’ingresso di alcuni parenti senza limitazioni numeriche.
Se la risposta a quest’ultima domanda è positiva, è possibile allora estendere le politiche USA a livello globale? In altri termini, proprio come è accaduto con la libera circolazione delle merci, dopo tanti timori e ritrosie, è forse giunto il tempo di applicare la stessa logica alla persone?
In America del Nord abbiamo ancora molta strada da fare per arrivare a quel punto.
Se lei dovesse suggerire un consiglio all’Unione Europea sulle politiche migratorie quale sarebbe?
Le politiche repressive non hanno sortito gli effetti sperati; normalmente infatti hanno avuto un effetto boomerang con conseguenze negative per tutti coloro che sono coinvolti. L’approccio giusto è quello di immaginare dei modi per contenere legalmente i flussi come ad esempio l’espansione delle relazioni commerciali, degli investimenti e l’integrazione economica oppure incoraggiando la circolazione piuttosto che l’insediamento. Quest’ultimo è comunque destinato a verificarsi e quindi la migliore scelta sarebbe quella di premunirsi piuttosto che osteggiarlo.
Esiste un punto in comune tra i movimenti neo-populisti europei e quelli statunitensi? Quantomeno nel Vecchio Continente una delle ragioni del successo di questi movimenti sono i timori e le paure della classi più povere nei confronti degli immigrati. Può spiegarci il perché?
Xenofobia e sentimenti anti-immigrati sorgono in periodi di insicurezza economica e cambiamento sociale, situazioni che al momento abbondano su entrambi i lati dell’Atlantico. Sentendosi economicamente e ideologicamente insicuri e spaventati, molti cercano delle risposte semplici e gli imprenditori della politica sono ben disposti ad offrire immigrati e gruppi di outsider come capri espiatori.





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