Inchiesta
2) Laureati, tra precariato e disoccupazione
Secondo l’ultima rilevazione Almalaurea, nel 2010 a un anno dalla laurea quasi il 18% dei ragazzi italiani che avevamo conquistato l’ambito titolo risultava disoccupato[1].Percentuale che è cresciuta di ben 7 punti rispetto al 2008.
Inoltre, per i pochi fortunati le posizioni da dipendente lasciano il posto a contratti atipici oppure, peggio ancora, al lavoro nero. Per non parlare del reddito percepito, in netta diminuzione: nel 2010, i neo-laureati specialistici guadagnavano in media 1.078 euro netti al mese, contro i 1.133 del 2009 e i 1.025 del 2008(in termini reali).
D’altronde, il basso livello di reddito è ulteriormente confermato dai dati pubblicati dall’OECD sul guadagno netto medio annuo percepito in età 25-34 anni [2], che in Italia risulta pari a 22.062 USD, superiore solo alla Slovacchia, al Portogallo, alla Grecia, all’Estonia, all’Ungheria e alla Polonia.
Se i giovani laureati italiani sono tra i peggio pagati d’Europa, la stessa cosa non si può dire per età più elevate, dato che sempre secondo l’OECD, l’analisi sui redditi dei laureati di età 45-54 colloca l’Italia tra i primi 6 Paesi con i guadagni più elevati, dopo (in ordine) Lussemburgo, Irlanda, Austria, Olanda, Regno Unito.
A confronto con gli altri paesi europei, l’Italia registra in ogni caso un tasso di disoccupazione della popolazione laureata compresa tra 25 e 64 anni tra i più elevati in Europa – livelli mancanza d’impiego più elevati si registrano solo in Turchia, Spagna, Estonia, Irlanda e Portogallo (Tab. 1).
Indubbiamente molteplici sono le cause che stanno alla base di questo risultato, quantomeno allarmante, che vanno dall’onda lunga della crisi agli scarsi investimenti che da anni caratterizzano l’università italiana.
Una delle più rilevanti può essere attribuita alla struttura del sistema produttivo italiano, caratterizzato da una forte presenza di microimprese [3]. L’ultimo rapporto dell’ISTAT sulla struttura e le dimensioni delle imprese (2009) afferma che ben il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti e impiega in totale il 47% dei lavoratori.
Il fatto che le imprese siano di così ridotte dimensioni e che i settori su cui lavorano siano soprattutto il manifatturiero, il commercio e le costruzioni – settori a basso livello di innovazione tecnologica – non va di certo a favore dell’assorbimento di laureati.
Dal Rapporto Excelsior Unioncamere emerge che nel 2011 le aziende italiane hanno dichiarato l’intenzione di assumere nel complesso 74.000 laureati, ovvero il 12% del totale del totale delle assunzioni previste (il 41% sono diplomati, il 13% possiede una qualifica professionale e il 33% ha concluso la scuola dell’obbligo).
Significativo è il dato sulla previsione di assunzione di laureati distinto per dimensione dell’azienda (Tab. 2): a conferma di quanto già detto, la percentuale di assunzioni di laureati va di pari passo con la dimensione dell’azienda: i laureati da assumere sono il 6% del totale nelle imprese con 1-9 dipendenti, il 10% in quelle con 10-49 dipendenti e quasi il 20% in quelle con più di 50 dipendenti.
Tab. 2 – Assunzioni previste nel 2011 dalle aziende, per dimensione dell’azienda e titolo di studio
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[1] Si è scelto di considerare i laureati specialistici perché tra i laureati triennali e a ciclo unico sono in molti a proseguire la formazione dopo il conseguimento del titolo.
[2] Si fa riferimento all’indicatore OECD che considera il costo del lavoro annuo netto in USD nel 2009, adeguato all’indice PPP (Purchasing Power Parity).
[3] Per un approfondimento in merito si veda Trombetti A.L., Stanchi A., Laurea e Lavoro, Il Mulino, 2006.
[1] Si è scelto di considerare i laureati specialistici perché tra i laureati triennali e a ciclo unico sono in molti a proseguire la formazione dopo il conseguimento del titolo.
[2] Si fa riferimento all’indicatore OECD che considera il costo del lavoro annuo netto in USD nel 2009, adeguato all’indice PPP (Purchasing Power Parity).
[3] Per un approfondimento in merito si veda Trombetti A.L., Stanchi A., Laurea e Lavoro, Il Mulino, 2006.





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