Le aziende italiane preferiscono pagare una multa piuttosto che assumere un lavoratore disabile. Nonostante la legislazione nazionale preveda una quota riservata a questa speciale categoria di cittadini, sia nel settore pubblico che in quello privato la maggior parte dei posti rimane vacante. Tant’è che, secondo gli ultimi dati Istat, ben il 66% delle persone con handicap è fuori dal mercato del lavoro. A fronte dei rilevanti vantaggi fiscali ed organizzativi di cui le imprese possono beneficiare, è in netto aumento il numero di quelle cui viene comminata una sanzione amministrativa per mancata ottemperanza degli obblighi di legge.
Gli illeciti amministrativi, si veda la V Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/99, relativi al ritardo nell’adempimento degli obblighi di assunzione sono passati dai 275 del 2008 ai 2761 dell’anno 2009, con una forte incidenza nelle regioni del Centro Italia. Risulta invece diminuito nel biennio 2008-2009 il numero degli avviamenti al lavoro, sia in convenzione che su chiamata nominativa o numerica, questo ovviamente è in parte riconducibile alla crisi economica ed alle contingenze che hanno segnato il passo tra i due anni in esame, soprattutto nel Nord Italia. Da evidenziare che anche la tipologia di contratto, con la quale i disabili vengono assunti, quando vengono assunti, è prevalentemente a tempo determinato nel 2009, mentre negli anni precedenti la tipologia prescelta era quella del tempo indeterminato, anche perché è la modalità contrattuale che permette all’impresa di avere gli sgravi fiscali previsti dalla normativa.
Incuranti quindi dei vantaggi offerti dalla normativa, si continuano a non inserire le persone disabili, probabilmente perché per le imprese ordinarie l’integrazione sociale e lavorativa delle persone più fragili è un vincolo imposto dalla legge e non viene attribuito un valore aggiunto all’inclusione di queste persone, che spesso chiedono di non essere più schiavi dell’assistenzialismo puro e semplice.
Una nota importante, evidenziata sempre dalla V Relazione al Parlamento, riguarda un’altra tipologia di impedimento all’inserimento lavorativo e all’inclusione, sono ben il 25,1% i Centri per l’Impiego in Italia che a causa di barriere architettoniche sono dichiarati scarsamente o totalmente inaccessibili per coloro che hanno una disabilità fisica e a questo dato andrebbero aggiunti tutti quegli uffici inaccessibili per i disabili sensoriali, quindi per i quali sono importanti anche le barriere di comunicazione.
Le imprese private e pubbliche soggette all’obbligo della Legge 68/99 in Italia sono circa 70.000, delle quali il 50% ha più di 50 dipendenti e quindi obbligata ad assumere persone disabili in misura pari al 7%del personale dipendente.
Un dato in controtendenza riguarda il tipo di assunzione che viene fatta attraverso i CPI, sono infatti aumentate le assunzioni per chiamata nominativa, quindi per coloro che rispettano la normativa è molto più importante l’inserimento della persona, con determinate caratteristiche professionali, rispetto al mero rispetto della normativa in materia.
Un’ultima considerazione, non meno importante, riguarda il fatto che stanno aumentando gli stranieri iscritti alle liste di collocamento dedicate ai disabili. In questi casi quindi il mancato rispetto degli obblighi normativi rappresenta una doppia esclusione e discriminazione.
Sarebbe quindi interessante comprendere quali siano le ragioni più profonde che inducono gli imprenditori a preferire le sanzioni, piuttosto che assumere un lavoratore disabile la cui assunzione è sostenuta da sgravi fiscali e rimborsi spese, ma soprattutto che consentono alla persona di uscire dalla spirale dell’assistenzialismo per diventare un cittadino come gli altri, con diritti e doveri.





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