Dal default economico a quello sociale

Il clima sulla scena politica greca è decisamente incandescente. La manovra da 6.6 miliardi di euro varata il  2 ottobre scorso è la contropartita per  il prestito di 110 miliardi di euro in tre anni promesso dall’Unione europea. Sono previsti tagli di 30 mila dipendenti statali entro  fine anno  (per raggiungere quota 150 mila  nel  2015),  una  riduzione  dal  20%  al  40%  dei  salari  del  settore  pubblico,  tagli  per  i  baby  pensionati,  l’introduzione di nuove  imposte dal 2012, ad esempio su un bene primario come  la casa. Tuttavia sembra  non bastare:  la CE,  il  FMI e  la BCE  chiedono  alla Grecia  sforzi  supplementari.  Tra questi,  la  revisione dei  contratti  collettivi  nazionali  del  settore  privato  e  la  conseguente  riduzione  della  soglia  dei  salari minimi entro il 2013, attualmente pari a 750 euro mensili.

In cambio di tali misure di austerità, il governo greco riceverebbe entro fine mese la  sesta tranche di aiuti economici  (8 miliardi  di  euro)  che  gli  consentirebbe di  onorare  i  pagamenti  di  pensioni  e  salari  dei  suoi 750mila dipendenti pubblici. Il via libera per accedere al finanziamento, che agirebbe come effetto placebo  sulla condizione “nervosa” dell’intero Paese, è atteso entro il prossimo 13 ottobre. Ormai è chiaro che, non  potendo con l’euro usare la scorciatoia della svalutazione monetaria,  il premier Papandreu dovrà ricorrere a manovre  rigorose e puntuali per  rincuorare  i mercati e gli  investitori, per  risanare  i conti, obiettivo già dichiaratamente mancato per  il biennio 2011-2012, per rilanciare la crescita attraverso riforme strutturali che mancano in Grecia da molti anni.

La verità è che ci troviamo, per la prima volta dopo il secondo dopoguerra, di fronte all’alternativa tra stabilità economica e tutela dei diritti. Non c’è dubbio, infatti, che i tagli ai salari e alle pensioni determinano gravissime tensioni sociali, mettendo a confronto due netti  punti  di  vista: da  una  parte  il  settore  privato,  che accusa  inefficienze e conseguenti  sperperi  alla burocrazia statale; dall’altra  i dipendenti pubblici, che puntano  il dito contro evasione  fiscale e corruzione politica e che da settimane a questa parte continuano a scioperare. Sul  tavolo  delle  trattative  di  questi  giorni  è dunque in  gioco la credibilità  e l’adeguatezza del  governo ellenico.