Se la banca ammicca al no-profit

Il sistema bancario italiano strizza l’occhio al mondo del no-profit. Non si tratta di una pericolosa commistione di soggetti tra loro diametralmente opposti, semmai di un ritorno alle origini. Visto che, come ha dichiarato l’ex Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: “Il sostegno a iniziative di carattere assistenziale e filantropico ha radici profonde nella storia finanziaria del nostro Paese, dove le prime istituzioni creditizie, sorte alla fine del Medioevo, avevano come finalità principale il perseguimento di scopi benefici e caritatevoli”.

In pochissimi anni si sono moltiplicati i servizi bancari destinati specificatamente agli Enti del Terzo Settore e tesi a soddisfare le loro esigenze di credito. Attraverso strumenti innovativi, si va incontro a bisogni concreti di associazioni, fondazioni e cooperative, ma si promuove anche lo sviluppo economico e umano del territorio sostenendo l’iniziativa di questi soggetti, che non ha finalità lucrative ma sociali. Le offerte sono diverse e si rivolgono sia alle organizzazioni no-profit ma anche ai sostenitori di queste, che possono quindi contribuire con i propri risparmi alla realizzazione di progetti di utilità sociale, evitando altre pericolose forme di investimento. Rivolgendosi invece agli Enti, le banche hanno adottato sistemi e criteri di valutazione idonei per le caratteristiche proprie del mondo del no-profit, come ad esempio, la capacità di fund-raising, il successo nei progetti già finanziati da altri enti, la governance interna.

Si apre così un nuovo capitolo nei sistemi di valutazione dell’impresa sociale. Se fino ad oggi le banche sono state considerate tra le maggiori responsabili della crisi economica, esse sono oggi chiamate da più parti a svolgere il loro originario ruolo di protagoniste nello sviluppo locale sia economico che sociale. L’esempio più eclatante è quello dell’Inghilterra dove Cameron ha lanciato la Banca della Big Society per sostenere il mercato degli investimenti sociali, grazie al denaro proveniente dai c.d. conti dormienti e grazie anche all’apporto delle quattro più grandi banche commerciali del Paese.

In Germania, invece, la prima banca sociale ed ecologica, la GLS, è nata nel 1974 per finanziare progetti di utilità sociale e tra il 2009, definito l’anno della crisi, e il 2010 ha visto un incremento di bilancio del 37%. Più di recente, sempre Oltrereno il gruppo Bancario KfW, per conto del Ministero della famiglia, ha creato un nuovo strumento finanziario di cui beneficeranno le imprese sociali. Il programma vuole ampliare le possibilità di finanziamento di queste, fornendo a tal fine il capitale di rischio necessario per nuovi investimenti sociali. Il programma è stato presentato lo scorso fine ottobre, proprio dal Ministro della famiglia Kristina Schroeder. In Italia, invece, sono principalemte le fondazioni di origine bancaria, che fin dalle loro origine nei primi anni ’90, sono chiamate per legge a sostenere il settore del volontariato e iniziative di pubblica utilità.