3) I Baby-boomers invecchiano, ma non mollano l’osso

Giornalista, già vice-direttore del quotidiano Liberal, ideatore dell’aggregatore di blog Tocqueville.it e responsabile del quotidiano notapolitica.it, Andrea Mancia ha un debole per la politica e la società a stelle e strisce.  Al punto da aver fondato nel 2004 un blog personale rightnation.it proprio sull’attualità d’Oltreoceano. E’ con lui che abbiamo deciso di concludere il nostro viaggio nel controverso mondo della generazione del baby-boom.

In America è stato individuato il nome, il cognome e il luogo di nascita del primo figlio del baby-boom made in USA. Si chiama Nachreiner, detto Butch, residente a Buffalo, nello stato di New York, ha compiuto 65 anni ed è appena andato in pensione. Cos’è che lo accomuna o lo distingue dai suoi coetanei europei?

Le differenze esistono e non sono di poco conto. La più macroscopica riguarda il sistema economico e la rete di protezione sociale in cui si vive da una parte e dall’altra dell’Oceano. La società statunitense, con tutti i suoi difetti, è più dinamica di quella del Vecchio Continente e ha dimostrato di saper trovare nel corso degli anni, senza stravolgimenti di fondo, i correttivi per potersi adattare alle necessità emergenti della storia. La mobilità e la “precarietà” negli USA, non sono viste come un incubo ma come un’opportunita per migliorare la condizione sociale propria e della propria famiglia. In Europa si vive da decenni al disopra delle proprie possibilità. E prima o poi le nuove generazioni, anche a causa di flussi migratori difficilmente controllabili, saranno chiamate a pagare il conto.

In queste settimane si parla dei cosiddetti baby boomers, visto che il 2011 è il primo anno in cui una parte di questa generazione va in pensione. La sensazione, però, è che nonostante il raggiungimento dell’età pensionabile, siano ancora loro a detenere di fatto le leve del potere. Non crede che questo rappresenti un vero e proprio elemento di conservazione, un freno alla necessità di introdurre importanti riforme e cambiamenti in buona parte degli occidentali?

Il potere che continua ad essere detenuto, anche negli Stati Uniti, dalla generazione dei baby boomers è enorme. E questo rappresenta sicuramente un fattore di conservazione. In Europa le cose non vanno troppo meglio. La situazione, però, non è neppure lontanamente paragonabile a quella italiana. Senza fare nomi, l’ultimo direttore di giornale nominato nel nostro paese ha la bellezza di 87 anni. A quell’età, in tutto il mondo, si scrivono libri di memorie e ci si occupa di giardinaggio e nipotini, non del rilancio editoriale di una testata. In Italia il problema generazionale (un concetto che, almeno in linea di principio, mi fa inorridire) è gravissimo e apparentemente irrisolvibile.

Della società post-baby boom, sappiamo soltanto che le nuove generazioni non avranno quei vantaggi, quelle certezze dei loro genitori. Ci può dire con precisione almeno tre ulteriori aspetti che caratterizzeranno la società europea e più in particolare le nuove generazioni nei prossimi anni?

La flessibilità del lavoro è una risposta scontata ma inevitabile. Il mito del “posto fisso” è già una chimera in molti paesi del mondo, anche europei, presto lo diventerà anche nel nostro paese, dove continua ad essere giudicato (a torto) un “valore” in sé. Sul multiculturalismo, che molti analisti considerano come ineluttabile, invece non ci scommetterei troppo. I segnali che arrivano, anche dal Nord Europa, sono contrastanti: gli immigrati di seconda o terza generazione stentano sempre di più ad inserirsi nel tessuto sociale dei paesi che li ospitano. E questo sta provocando fortissime crisi di rigetto, anche in nazioni dalla secolare tradizione di tolleranza (penso alla Scandinavia e ai Paesi Bassi, per esempio). La storia non procede in maniera lineare, ma avanza per strappi, accelerazioni e passi indietro. Società globale o enclave isolate in guerra tra loro? Nessuno può predire con esattezza cosa accadrà nelle dinamiche globali  di integrazione tra nazionalità ed etnie diverse. Su una cosa, invece, possiamo essere ragionevolmente certi: i nativi digitali hanno di fronte uno spettro di opportunità e di alternative che le generazioni precedenti non hanno mai avuto a disposizione. Il moltiplicarsi e il diffondersi di strumenti informatici e telematici possono garantire un livello di penetrazione della conoscenza che l’umanità non ha mai conosciuto. Chi è partito prima, e meglio, in questo settore, avrà un vantaggio competitivo sugli altri paesi che per molti decenni resterà incolmabile.

Ci saprebbe dire almeno un errore che i baby-boomers avrebbero dovuto evitare per garantire un futuro migliore ai proprio figli?

Avrebbero dovuto, prima di tutto, evitare di affidarsi alla mistica keynesiana della spesa pubblica per creare deficit di bilancio paurosi che rischiano di distruggere qualsiasi prospettiva economica per le prossime generazioni. Questo è un errore compiuto sia a destra che a sinistra, che si è protratto (anzi, è cresciuto d’intensità) con la reazione dei governi all’ultima crisi finanziaria. “Too big to fail” è un modo di dire, non una legge della fisica. Rischiamo di rendercene conto presto, molto presto.