Editoriale
Anno Europeo del Volontariato, non solo chiacchiere
Dopo un calendario fitto di celebrazioni e dibattiti, l’Anno Europeo del Volontariato (2011) porta a casa un primo risultato concreto. L’esecutivo di Bruxelles ha, infatti, presentato una Comunicazione ad hoc che riconosce e promuove l’attività di chi decide di dedicare gratuitamente il proprio tempo per gli altri. Sotto la fredda denominazione, tipica di ogni documento comunitario, troviamo qui una proposta tangibile e attuabile, che il mondo dell’associazionismo del Vecchio Continente. Essa, in particolare, riguarda le modalità di convalida delle competenze acquisite con l’esperienza di volontariato. Il documento appare più che mai interessante per il riconoscimento che la Commissione da, non tanto al volontariato in generale, ma alla figura del volontario nello specifico, anche indicando chiaramente alcuni settori di impiego: quello umanitario, quello ambientale, il contesto della lotta contro la povertà e all’esclusione sociale, e il campo della “salute/welfare, in particolare per quanto riguarda l’invecchiamento della società”. Ma questo impiego, sembra riconoscere la Commissione, deve portare ad riconoscimento e certificazione delle competenze apprese dai volontari. Nella Comunicazione si legge infatti che è “una priorità dell’azione dell’UE nel settore dell’istruzione e della formazione riconoscere il volontariato come una forma di apprendimento”. L’obiettivo è quello di elaborare una proposta di raccomandazione del Consiglio riguardante la convalida dell’apprendimento non formale e informale, che tenga conto della dimensione del volontariato. Sul piano pratico, le esperienze di lavoro volontario e le competenze acquisite in quest’ambito possono figurare nei documenti Europass 20 e saranno inserite nel futuro “passaporto europeo delle competenze”. Così a passo lento ma costante la Commissione segue il cammino tracciato dei rapidi cambiamenti che sta vivendo il mercato del lavoro. Non a caso sul fortunato network di professionisti Linkedin è stata aggiunta da poco la voce “esperienze di volontariato”. Questa scelta segue una tendenza che parte dagli Stati Uniti, dove i direttori delle risorse umane delle società dichiarano apertamente che questa speciale esperienza può fare la differenza tra un candidato ed un altro per un posto di lavoro. Tali esperienze non dovranno essere più considerate, per una sorta di “pudore”, questioni personali, ma un vero e proprio momento di formazione. Non è da escludere, inoltre, spesso possano essere valutate sotto un profilo “etico”. Se è vero, infatti, che causa dell’attuale crisi economica è stata l’avidità di manager senza scrupoli, i migliori anticorpi per il futuro potrebbero essere i professioni capaci ed anche impegnati nel sociale.





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