3) Un rebus chiamato Belgio

Pascal Delwit, politologo e preside della Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Université Libre de Bruxelles (ULB), in passato è stato  direttore del Centre d’étude de la vie politique (le CEVIPOL) e decano della Solvay Brussels School of Economics & Management. Autore di numerosi scritti sulla vita politica belga ed europea, le sue principali ricerche hanno come tema centrale l’evoluzione dei partiti ed il comportamento elettorale. Grazie alla sua regolare presenza in qualità d’esperto nei media e, soprattutto, in televisione, Pascal Delwit è inoltre uno dei politologi più popolari in Belgio.

1) E’ corretto dire che, oggi, francofoni  e fiamminghi non si intendono più? Cosa è cambiato rispetto al passato?

C’è sempre stata la co-esistenza di almeno “due società” in Belgio. Da un punto di vista culturale, economico o politico, la parte francofona e quella fiamminga hanno da sempre rivelato molte differenze conservando però non pochi punti in comune. Anche se in pasato crisi sul tipo di quella odierna hanno già avuto luogo, è in dubbio che oggi si segnala una rilevante novità visto che tra le due aree sembra essere venuto persino la capavità di intendersi. Vivono come i separati in casa. Una condizione nella quale il federalismo ha grandi responsabilità. Visto che i responsabili politici delle due comunità si incontrano sempre meno e ancor meno lo fanno i cittadini. La conoscenza della lingua francese ha registrato nelle Fiandre una vera e propria regressione e quella dell’olandese nello spazio francofono è rimasta a livelli molto bassi. I luoghi di incontro, di dibattito, di scambio sono quindi molto ridotti. Da qui deriva questa incomprensione e questa difficoltà di arrivare ad un compromesso tra i responsabili dei due versanti della frontiera linguistica che non si conoscono bene come succedeva ai leader del passato.

2) Come spiega il fatto che, per la prima volta, dei politici francofoni, come Elio Di Rupo parlino apertamente di una possibile separazione? Strategia politica o seria considerazione di un’evoluzione inesorabile verso il confederalismo o la polverizzazione del regno di Alberto II?

In realtà,  Elio di Rupo non ha evocato questa ipotesi ma altri responsabili politici di alto livello si.

Sicuramente vi è un messaggio chiaro per gli interlocutori politici olandesi. Ma al di là di questo, di fronte alla crisi istituzionale che i negoziatori francofoni interpretano negativamente, vi è l’affermazione che “brussellesi” e valloni debbano essere in grado di prendere in mano il loro destino in una prospettiva, non tanto di separazione, ma di poteri molto importanti devoluti agli enti federali.

3) I mass media e numerosi  esperti sostengono che, in realtà, sarebbero i politici da una parte e dall’altra della frontiera linguistica a non andare d’accordo e che, invece, la popolazione non avrebbe alcun problema di coesistenza. Lei cosa ne pensa?

E’una storia all’acqua di rose. I rappresentanti politici difendono posizioni largamente sostenute dai diversi segmenti dell’opinione pubblica. Non sono certamente i responsabili politici a decidere  gli esiti elettorali! Prendendo ad esempio la scissione della circoscrizione elettorale di Bruxelles-Hal-Vilvorde, in questo territorio non si trovano molti cittadini fiamminghi contrari alla separazione, e tra i francofoni sono ben pochi quelli favorevoli. Il dibattito politico traduce a volte in modo difforme le richieste che provengono dalla società.

4) Pensa che il federalismo abbia potuto accelerare le rivendicazioni di una maggiore autonomia da parte delle regioni, ed in particolare, delle Fiandre?

Sì, il federalismo ha rafforzato le rivendicazioni autonomiste. Il federalismo non si è imposto come una forma di cooperazione, piuttosto di confronto. E il modello federale immaginato non è lo stesso nelle Fiandre, a Bruxelles e in Vallonia.

5)  Numerosi politologi credono che le società multiculturali non siano fatte per co-abitare in un unico Stato, a meno che non siano confederazioni ( Cecoslovacchia, ex-Yugoslavia, o casi tuttora esistenti come il Canada). Che cosa ne pensa?

Non sembra esserci una regola in materia. La Svizzera ha quattro lingue ufficiali e non vi vedo spinte secessioniste. Gli Stati Uniti d’America sono un modello di società multiculturale e vige un profondo attaccamento alla nazione e allo Stato federato d’appartenenza.

In generale il principio stesso di coabitazione non è sempre di facile attuazione in uno Stato, o tra Stati o segmenti di Stato.

6)  Secondo Lei il prossimo governo, una volta costituito, potrà risolvere le principali questioni “sensibili” (BHV, finanziamenti di Bruxelles ecc ecc.)?

Si, penso che sia possibile. Diciamo che le posizioni per quanto lontane non sono mai state così vicine tra i negoziatori francofoni e fiamminghi. Se ciascuna delle due parti apprezzasse in giusta misura gli sforzi reciproci per cercare di raggiungere un compromesso e se tutti si rendessero conto come in Belgio la logica “maggioritaria” (noi siamo più numerosi quindi ci tocca di più) non è produttiva, allora penso che si possa risolvere la paralisi politico-istituzionale che perdura oramai da parecchi anni.

7)  In caso di scissione, che ne sarà di Bruxelles? Unita alle Fiandre, ricongiunta alla Vallonia, o diventerebbe una Città-Stato Capitale d’Europa come Washington per gli USA?

Quello della scissione è uno scenario difficilmente realizzabile politicamente, economicamente e tecnicamente. Con queste ipotesi, nondimeno, la via più probabile è quella di uno Stato Belga ricondotto a Bruxelles e alla Vallonia, con due regioni forti e un giusto riconoscimento della minoranza fiamminga che vive nella capitale. Il paragone con Washington D.C. mi sembra invece azzardato. Si parla della Capitale di un’entità statale, l’Unione Europea non è uno Stato. Oggi a Bruxelles risiede un milione di abitanti. Siamo dunque ben lontani dalla costruzione di una nuova città in abstracto.


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1) Un rebus chiamato Belgio


 

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