3) Per quale motivo, a suo avviso, lo Stato italiano non ha ancora riconosciuto lo status della LIS come lingua a tutti gli effetti, nonostante sia stato ormai provato che possieda una propria struttura morfo-sintattica e, analogamente alla lingua parlata, abbia i propri dialetti?
Un’opinione purtroppo ancora diffusa è che la conoscenza della LIS, o anche semplicemente l’uso di forme di ‘gestualità spontanea’, possa ostacolare più o meno gravemente l’apprendimento o l’uso della lingua parlata e scritta. Le ricerche su questo argomento, però, dimostrano l’infondatezza di tale tesi.
Ad esempio, uno studio pubblicato su Nature, ha mostrato che l’apprendimento di una lingua dei segni non interferisce negativamente con quello della lingua orale, ma al contrario, può essere un aiuto efficace poiché facilita i processi di comprensione linguistica. Ciò rafforza l’idea che le lingue dei segni possano essere utilizzate a fini educativi accanto alle lingue vocali.
Attualmente in molti paesi europei come Danimarca, Francia, Spagna e Svezia, ed extraeuropei (Stati Uniti, Canada e Paesi dell’America Latina) si è andato affermando un modello di educazione bilingue.
In Italia, un’educazione bilingue è in parte resa attuabile grazie alla L. 104/92, che permette alle famiglie di richiedere, dal nido alla scuola superiore, un assistente alla comunicazione che conosca la LIS. Nelle Università, invece, è lo studente stesso che può richiedere l’interprete LIS, se lo ritiene necessario. Inoltre, il raggiungimento di una competenza nella lingua parlata e scritta migliore che nel passato è oggi possibile grazie all’utilizzo di nuove protesi e impianti cocleari. Dal momento che molti bambini, attraverso questi ausili, possono sentire e imparare a parlare sempre meglio, è immotivata la paura che la LIS possa “indebolire” l’italiano.
Infatti, il migliore accesso alla lingua parlata non può che favorire un bilinguismo più equilibrato, in cui le due lingue possono convivere, offrendo al bambino e alla persona sorda la possibilità di scegliere quale lingua usare in funzione del contesto e dei bisogni comunicativi e relazionali. Da cosa nasce, allora, la tendenza a favorire la contrapposizione tra forme di comunicazione che non sono in nessun modo alternative? Probabilmente dalla difficoltà di accettare che un deficit sensoriale, come quello della sordità, possa dar vita ad un mondo comunicativo alternativo a quello delle persone udenti.
Possedere una lingua diversa significa naturalmente poter esprimere la propria diversità attraverso questa lingua, vuol dire accedere a processi di identificazione che hanno più a che fare con la dimensione socioculturale che con il deficit. È così difficile oggi accettare che esistano mezzi di espressione che danno voce alla diversità senza omologarla? Ogni lingua è uno strumento vitale per il riconoscimento degli altri come persone. Pensiamo davvero che questa esigenza di identità non abbia diritto di cittadinanza nella nostra società?
4) Quali cambiamenti di contenuto ci sono stati tra il precedente documento passato in Senato ed il nuovo testo rivisitato approvato il 26 luglio scorso dalla Commissione Affari Sociali della Camera?
Il testo riportato in allegato, preparato da Marcello Cardarelli- Presidente dell’ANIOS, evidenzia le modifiche (aggiunte, sostituzioni o cancellature) apportate dalla Commissione Affari Sociali della Camera alla versione originariamente approvata dal Senato. Tale disegno di legge è ancora in discussione alla Camera.
(L’intervista è stata raccolta in forma scritta)





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